Pubblicato il Marzo 11, 2024

La maggior parte dei professionisti subisce i webinar passivamente, cadendo preda di pitch commerciali mascherati; la chiave è trasformarsi in un “auditor attivo” che stress-testa il contenuto in tempo reale.

  • Un formatore di valore incoraggia la sperimentazione pratica, non spinge solo verso la propria piattaforma cloud.
  • Le domande strategiche in chat non servono a farsi notare, ma a saggiare la reale profondità di competenza del relatore.

Raccomandazione: Adotta una mentalità da “pentester” dell’informazione: il tuo obiettivo non è solo assorbire, ma validare, mettere in discussione e estrarre valore anche dal contesto, non solo dal contenuto esplicito.

L’agenda di un professionista IT è un campo minato. Tra scadenze di progetto, emergenze e la necessità costante di aggiornamento, ogni ora investita deve produrre un ritorno. Eppure, una fetta crescente di questo tempo prezioso viene divorata da webinar che promettono formazione d’avanguardia e si rivelano essere poco più che elaborate televendite. La frustrazione di aver sprecato novanta minuti per ascoltare un sales pitch glorificato, quando si potevano studiare documentazioni tecniche o risolvere un problema di produzione, è un’esperienza fin troppo comune. Molti consigliano di controllare il programma o la biografia del relatore, ma queste sono difese passive e spesso inefficaci di fronte a strategie di marketing sempre più sofisticate.

Il problema fondamentale è l’approccio. Trattiamo i webinar come spettacoli televisivi, sedendoci in attesa che l’informazione ci venga “versata” nel cervello. Questo ci rende vulnerabili. La vera rottura, la svolta strategica, consiste nel ribaltare il tavolo: smettere di essere spettatori passivi e diventare auditor attivi. E se la chiave non fosse cercare il webinar perfetto, ma sviluppare le competenze per “hackerare” qualsiasi webinar, estraendo valore anche dalle sessioni più smaccatamente commerciali? Questo significa imparare a leggere i “segnali deboli”, a porre domande che fungono da stress-test per il relatore e a valutare l’ecosistema formativo che c’è dietro, non solo le slide proiettate.

Questo articolo non è l’ennesima lista di consigli generici. È un manuale operativo per il professionista IT che vuole smettere di perdere tempo. Esploreremo le tattiche per valutare la qualità di un webinar *mentre* si svolge, trasformando ogni sessione in un’opportunità di apprendimento mirato, di networking qualificato e, soprattutto, in un filtro infallibile per distinguere l’oro formativo dalla pirite commerciale. Analizzeremo come le soft skills si possano “imparare” osservando criticamente il relatore e come un semplice laboratorio DevOps casalingo possa diventare la nostra migliore cartina di tornasole.

In questo percorso, vedremo come ogni aspetto di un webinar, dalla gestione del multitasking alle domande poste in chat, possa diventare uno strumento nelle tue mani. Il sommario seguente delinea le tappe di questa trasformazione da partecipante passivo a professionista strategico dell’apprendimento digitale.

Multitasking o focus: perché ascoltare webinar mentre lavori riduce l’apprendimento del 90%?

La tentazione è forte: il webinar scorre su un monitor mentre sull’altro si compila codice, si risponde alle email o si gestisce un’istanza. Crediamo di ottimizzare il tempo, ma la neuroscienza è impietosa: il cervello umano non è progettato per il multitasking parallelo di compiti cognitivamente impegnativi. Quello che chiamiamo multitasking è in realtà un rapido “task-switching”, un passaggio continuo da un’attività all’altra che comporta un costo cognitivo enorme. Ogni volta che la nostra attenzione si sposta dal webinar al codice e viceversa, perdiamo contesto, bruciamo energia mentale e, soprattutto, azzeriamo la capacità di apprendimento profondo. L’ascolto passivo, interrotto e frammentato, impedisce la creazione di connessioni neurali stabili, trasformando il contenuto del webinar in un rumore di fondo.

Ma c’è una ragione più strategica per dedicare il 100% del focus: l’audit attivo. Se il nostro obiettivo è distinguere un corso valido da una televendita, non possiamo permetterci distrazioni. Dobbiamo cogliere i segnali deboli: una risposta evasiva del relatore, una slide troppo generica, una promessa che suona irrealistica. Il multitasking ci rende sordi e ciechi a questi indizi cruciali. Inoltre, impedisce di partecipare attivamente, l’unico vero modo per saggiare la qualità. Infatti, secondo i dati di formazione aziendale italiana, il 73% degli esperti usa l’interattività proprio per qualificare i partecipanti. Non partecipare significa non solo non imparare, ma anche non poter valutare.

Un webinar di valore non teme, anzi, sollecita il coinvolgimento. Ecco alcuni indicatori di un formato che mira all’apprendimento e non solo alla vendita:

  • Presenza di sondaggi interattivi ogni 10-15 minuti per mantenere alta l’attenzione.
  • Domande a sorpresa che richiedono una risposta immediata per verificare la comprensione.
  • Esercizi pratici, anche piccoli, da completare durante la sessione.
  • Uso di breakout room per discussioni mirate in piccoli gruppi, favorendo il confronto.
  • Test di comprensione in tempo reale con feedback immediato, per consolidare i concetti.

Dedicare focus esclusivo a un webinar non è un lusso, ma un investimento calcolato. È il pre-requisito per applicare le tecniche di valutazione che vedremo, trasformando un’ora di ascolto in un’ora di analisi critica e apprendimento effettivo.

Quali domande fare in chat per farsi notare dal relatore ed espandere il network?

La chat di un webinar è spesso vista come un canale per chiedere chiarimenti o, peggio, come un palcoscenico per “farsi notare” con commenti generici. Questo è un errore di prospettiva. Per un auditor attivo, la chat è uno strumento di “pentesting” della competenza del relatore. L’obiettivo non è farsi notare, ma saggiare la profondità e l’onestà intellettuale di chi parla. Le domande giuste trasformano la chat da un forum a un laboratorio di validazione.

Invece di domande generiche (“Puoi approfondire X?”), la strategia è formulare domande specifiche, contestualizzate e, idealmente, controfattuali. Queste domande dimostrano che non sei un partecipante passivo, ma un professionista che sta già cercando di applicare (e quindi testare) i concetti presentati. Questo approccio è così efficace che, come dimostra un’analisi strategica, più del 70% dei lead generati da Digital360 attraverso i webinar proviene da interazioni qualificate. Tu puoi usare la stessa tattica, ma per i tuoi scopi di valutazione.

Ecco alcune tipologie di domande strategiche:

  • Domande sui limiti: “Interessante questo approccio. In quali scenari o con quali stack tecnologici sconsiglieresti di applicarlo e perché?” Questa domanda testa l’onestà e l’esperienza pratica del relatore. Un venditore dirà che funziona sempre, un vero esperto ne conosce i limiti.
  • Domande comparative: “Rispetto alla soluzione Y [un’alternativa nota nel settore], quali sono i trade-off misurabili di questa metodologia in termini di performance/costi di manutenzione?” Sposta la discussione da affermazioni generiche a metriche concrete.
  • Domande di implementazione: “Per un team che attualmente usa Z, quale sarebbe il primo, piccolo passo attuabile da domani per iniziare a integrare questo concetto senza stravolgere la pipeline esistente?” Questo testa la capacità del relatore di fornire consigli pratici e non solo teoria astratta.
Professionista che formula domande strategiche durante un webinar online

La reazione del relatore a queste domande è un dato fondamentale. Una risposta precisa, che riconosce la complessità e magari ammette dei limiti, è un segnale forte di competenza. Una risposta evasiva, che riporta il discorso sul prodotto o ignora la domanda, è una bandiera rossa grande quanto una casa. Il networking di qualità non nasce dal farsi notare, ma dal dimostrare competenza e pensiero critico. Un relatore di valore noterà e apprezzerà una domanda intelligente molto più di dieci “ottimo intervento!”.

In definitiva, la chat è il tuo bisturi. Usala per incidere la superficie delle slide e vedere cosa c’è sotto: vera expertise o solo un copione di vendita ben recitato.

L’attestato di partecipazione al webinar vale qualcosa nel CV o è solo carta straccia?

La domanda sorge spontanea al termine di ogni webinar: quell’attestato di partecipazione che arriva via email ha un qualche valore reale? La risposta breve e brutale è: nella maggior parte dei casi, quasi nullo. Un semplice attestato di partecipazione, senza verifica dell’apprendimento né accreditamento dell’ente, è percepito dai recruiter e dai manager tecnici per quello che è: la prova che hai tenuto una scheda del browser aperta per un’ora. Non dimostra alcuna competenza acquisita e gonfiare il CV con una lista di questi attestati può persino risultare controproducente, segnalando una certa ingenuità.

Tuttavia, demonizzare tutti gli attestati è un errore. Il valore non è binario (sì/no) ma dipende da un contesto specifico, soprattutto in Italia. Esistono livelli di “peso” molto diversi, che un professionista deve saper distinguere per non collezionare carta straccia. Come sottolinea un esperto del settore:

L’attestato di partecipazione semplice ha valore nullo per il CV, ma se corredato da registro presenze e programma dettagliato diventa fondamentale per il Credito d’Imposta Formazione 4.0

– Il Tuo Webinar, Piattaforma formazione professionale accreditata

Questa distinzione è cruciale. Un attestato può essere inutile per il tuo personal branding, ma fondamentale per il tuo datore di lavoro che può accedere a incentivi fiscali. La vera competenza sta nel saper leggere e classificare il valore di un pezzo di “carta” digitale. Per fare chiarezza, è utile una matrice che distingua i vari tipi di certificazione ottenibili online.

La tabella seguente, basata su un’analisi comparativa del valore formativo, offre una gerarchia chiara del valore degli attestati nel contesto italiano.

Valore delle certificazioni formative in Italia
Tipo di Attestato Valore CV Valore Fiscale Riconoscimento
Attestato partecipazione semplice Nullo No Non riconosciuto
Attestato ente accreditato Regione Medio Regionale
Open Badge verificabile (CINECA) Alto Nazionale
Certificazione con esame (Accredia) Molto Alto Internazionale

In conclusione, prima di iscriverti a un webinar con la speranza di arricchire il CV, verifica la natura dell’attestato finale. Se è una certificazione con esame o un Open Badge, l’investimento di tempo è giustificato. Se è un semplice attestato di presenza, il valore reale risiederà solo in ciò che avrai effettivamente imparato e sarai in grado di dimostrare, non nel PDF che riceverai.

L’errore di leggere le slide: come rendere la formazione interna coinvolgente per i colleghi?

Passiamo dall’altra parte della barricata: non più partecipante, ma formatore. Molti professionisti IT sono chiamati a tenere sessioni di formazione interna per i propri colleghi. L’errore più comune e letale è replicare il peggior modello di webinar esistente: la lettura pedissequa delle slide. Questo approccio, noto come “morte da PowerPoint”, trasforma una potenziale sessione di apprendimento collaborativo in un monologo soporifero. I colleghi, proprio come faremmo noi, apriranno altre schede, risponderanno a messaggi e l’impatto formativo sarà nullo. L’obiettivo non è trasferire informazioni, ma creare comprensione e competenza.

Per rendere una sessione interna realmente coinvolgente, bisogna abbandonare l’idea di essere un “presentatore” e abbracciare il ruolo di “facilitatore”. Il focus si sposta dal “cosa dico” al “cosa fanno loro”. Un metodo efficace, adattato dal celebre formato delle conferenze, è il principio T.E.D. (Tell, Example, Do). Questo trasforma l’ascolto passivo in un processo attivo:

  • Tell: Presenta il concetto in modo conciso, magari usando un caso reale anonimizzato. Per esempio, invece di listare le norme del GDPR, racconta la storia di una sanzione reale emessa dal Garante Privacy a un’azienda italiana.
  • Example: Mostra un esempio pratico e tangibile. Fai vedere una riga di codice vulnerabile prima e dopo la messa in sicurezza, non solo la descrizione teorica della vulnerabilità.
  • Do: È il momento più importante. Lancia una sfida pratica ai partecipanti. “Ora, guardate questo snippet di codice. In base a quanto detto, dove si nasconde il potenziale problema di sicurezza? Discutetene in breakout room per 5 minuti”.

Questo approccio può essere potenziato con strumenti interattivi semplici e gratuiti. Usare Mentimeter per un brainstorming anonimo in tempo reale o trasformare un test di apprendimento in una competizione a squadre con Kahoot! può cambiare drasticamente l’energia della sessione. Anziché subire la formazione, i colleghi ne diventano protagonisti. Le aziende più innovative stanno già spingendo su questa via: un esempio è l’uso di escape room virtuali per la formazione sulla sicurezza, dove i team collaborano per sventare un attacco phishing simulato. Questo approccio gamificato è ritenuto più efficace della formazione tradizionale da una larga maggioranza di esperti.

In sintesi, la prossima volta che dovrai formare i tuoi colleghi, non preparare slide da leggere. Progetta un’esperienza di apprendimento. Il tuo successo non si misurerà dalla quantità di informazioni che avrai trasmesso, ma dalla qualità delle competenze che i tuoi colleghi avranno costruito attivamente.

Zoom, Teams o piattaforme dedicate: quale garantisce la migliore esperienza utente senza installare plugin?

La scelta della piattaforma è un dettaglio tecnico che ha un impatto enorme sull’efficacia di un webinar, sia come partecipante che come organizzatore. Una piattaforma farraginosa, che richiede l’installazione di plugin, con una cattiva gestione della banda o con un’interfaccia poco intuitiva, può sabotare anche il contenuto migliore. Per il professionista IT, abituato a valutare soluzioni software, i criteri di scelta vanno oltre il semplice “funziona”. Aspetti come la compliance GDPR (i server sono in UE?), la qualità delle breakout room e le funzionalità anti-monologo diventano fondamentali.

Zoom e Microsoft Teams sono diventati lo standard de facto, ma non sono sempre la scelta ottimale per la formazione strutturata. Zoom eccelle nella gestione delle breakout room, fondamentale per l’interattività, mentre Teams ha un’integrazione nativa con l’ecosistema Microsoft 365, un vantaggio per la formazione interna aziendale. Tuttavia, esistono piattaforme dedicate come GoToWebinar o BlueJeans che offrono strumenti specifici per la formazione, come controlli più granulari sull’attenzione dei partecipanti e opzioni di “limitazione del monologo” che spingono il relatore all’interazione. Molte di queste piattaforme, inoltre, operano interamente via browser (WebRTC), eliminando il fastidio di installare software aggiuntivo, un punto cruciale per l’esperienza utente.

Confronto visivo delle piattaforme webinar accessibili via browser

Un altro fattore determinante, spesso trascurato, è la localizzazione dei data center. Per le aziende italiane che trattano dati sensibili, utilizzare una piattaforma con server in Unione Europea (come Francoforte per Zoom o Milano per BlueJeans) non è un’opzione, ma un requisito di compliance. Per i webinar su larga scala, è anche fondamentale la capacità di gestire carichi elevati; le piattaforme professionali italiane possono gestire fino a 5.000 connessioni simultanee, garantendo stabilità.

Per aiutare nella scelta, la seguente matrice valuta le principali piattaforme su criteri chiave per la formazione di qualità, basandosi su una guida comparativa per il mercato italiano.

Matrice di valutazione piattaforme webinar per formazione italiana
Piattaforma Qualità Breakout Room Limitazione Monologo Integrazione LMS Server UE/GDPR
Zoom Ottima Buona Media Sì (Francoforte)
Teams Buona Media Ottima Sì (Amsterdam)
GoToWebinar Media Ottima Buona Sì (Dublino)
BlueJeans Ottima Buona Media Sì (Milano)

In conclusione, non esiste la piattaforma “migliore” in assoluto, ma solo quella più adatta allo scopo. Valutare uno strumento per webinar con la stessa mentalità critica con cui si valuta un nuovo framework o un servizio cloud è il primo passo per garantire un’esperienza formativa di successo, sia per chi la eroga sia per chi ne fruisce.

L’errore di scegliere formazione a catalogo generica invece di training on-the-job mirato

Uno degli errori più costosi, sia in termini di tempo che di opportunità mancate, è accontentarsi della formazione “a catalogo”. Si tratta di corsi standardizzati, progettati per un pubblico vasto e indifferenziato, che spesso si limitano a fornire nozioni teoriche slegate dal contesto lavorativo reale. Per un professionista IT, seguire un corso generico su “Introduzione a Docker” quando il problema specifico è ottimizzare un Dockerfile complesso per un’applicazione legacy in produzione, è un investimento a bassissimo rendimento. L’apprendimento più efficace è quello contestuale, il training on-the-job mirato, che parte da un problema reale per arrivare a una soluzione applicabile.

Il webinar gratuito, in questo scenario, può essere un’arma a doppio taglio. Molti fornitori lo usano per presentare i loro corsi a catalogo. Il nostro compito di auditor attivo è usare quello stesso webinar per “audizionare” il fornitore e capire se è in grado di offrire formazione personalizzata e di alto valore. Non siamo lì per comprare un prodotto standard, ma per identificare un potenziale partner strategico per la nostra crescita o quella del nostro team. Questo cambio di paradigma è supportato dai dati: un training mirato può portare a risultati straordinari, come un aumento del 230% del traffico organico per le aziende che lo implementano, a dimostrazione di un impatto concreto sul business.

Per trasformare un webinar da passiva presentazione a sessione di audit attivo del fornitore, è necessario avere una checklist di valutazione. I punti seguenti rappresentano un piano d’azione per “interrogare” il formatore e la sua offerta senza porre una sola domanda diretta.

Piano d’azione: “Audizionare” fornitori durante webinar gratuiti

  1. Verifica della specificità: Il relatore porta esempi e casi studio legati al tuo specifico settore industriale (es. finance, e-commerce, manifatturiero) o si limita a esempi da manuale?
  2. Test di profondità: Formula in chat una domanda tecnica molto specifica o di nicchia. La sua capacità di rispondere (o di ammettere onestamente di non avere la risposta pronta) rivela la sua reale expertise.
  3. Analisi della flessibilità: Durante la presentazione dell’offerta, osserva se parla solo di “pacchetti standard” o se menziona la possibilità di percorsi personalizzati, assessment iniziali o co-progettazione.
  4. Valutazione del follow-up: Propone solo l’acquisto del corso o menziona la disponibilità per sessioni di Q&A successive, ore di coaching o supporto all’implementazione?
  5. Controllo dei materiali: I materiali che offre (slide, template) sono generici o sembrano facilmente adattabili e customizzabili per il contesto specifico della tua azienda?

Scegliere formazione mirata non significa solo apprendere più in fretta, ma acquisire competenze direttamente monetizzabili e applicabili, che risolvono problemi reali e aumentano il proprio valore strategico all’interno dell’organizzazione.

Perché le Soft Skills valgono 5.000 € in più di RAL per un Senior Developer?

Nel mondo IT, si tende a idolatrare le hard skills: la conoscenza di un nuovo linguaggio, la padronanza di un framework, la certificazione su una piattaforma cloud. Eppure, superata una certa soglia di anzianità, non è più la competenza tecnica a fare la differenza economica più significativa. Un Senior Developer con eccellenti soft skills può arrivare a valere per un’azienda migliaia di euro in più di RAL (Retribuzione Annua Lorda) rispetto a un collega tecnicamente equivalente ma carente sul piano relazionale e comunicativo. Perché?

La risposta è nel valore economico diretto che queste competenze generano. Un tecnico che sa solo scrivere codice è una risorsa esecutiva. Un tecnico che sa comunicare efficacemente, negoziare con gli stakeholder, mentorare i colleghi junior e tradurre le esigenze del business in requisiti tecnici solidi è una risorsa strategica. Come afferma l’Osservatorio delle Competenze Digitali nel suo ultimo report:

Un developer con ottime soft skills può partecipare a riunioni pre-vendita, comprendere i bisogni del cliente e tradurli in requisiti tecnici, generando un valore economico diretto.

– Osservatorio delle Competenze Digitali, Report Polimi 2024

Questo ci porta a una visione controintuitiva del webinar. Spesso ci concentriamo solo sul contenuto tecnico, ignorando una masterclass gratuita di soft skills che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. Osservare *come* il relatore gestisce il tempo, *come* semplifica un concetto complesso, *come* risponde a una domanda ostile o *come* mantiene alto l’engagement del pubblico è una lezione di comunicazione di valore inestimabile. Le principali tech company italiane, come Reply, Engineering e Almaviva, hanno capito questo principio: non danno peso agli attestati dei webinar, ma valorizzano enormemente nei candidati la capacità di osservare e apprendere criticamente da questi contesti. Saper “filtrare” l’informazione e analizzare la performance comunicativa del relatore è diventata essa stessa una soft skill ricercatissima.

La prossima volta che parteciperai a un webinar, quindi, dividi la tua attenzione. Una parte seguirà il contenuto tecnico, l’altra analizzerà il “contenitore”: le abilità comunicative del relatore. Stai ricevendo due corsi al prezzo di uno, e il secondo potrebbe essere quello che garantirà la tua prossima promozione.

Da ricordare

  • Smetti di essere uno spettatore, diventa un auditor: Il tuo obiettivo primario durante un webinar è valutare la qualità e l’affidabilità, non solo assorbire passivamente le informazioni.
  • Le domande sono il tuo strumento di test: Usa la chat per porre domande specifiche che saggino i limiti della conoscenza del relatore, non per chiedere chiarimenti generici.
  • Il vero valore è nell’applicazione: Un attestato non vale nulla se non è supportato da una reale capacità di applicare i concetti. Un laboratorio pratico casalingo vale più di dieci attestati.

Come creare un laboratorio DevOps casalingo per imparare Docker e Kubernetes senza spendere una fortuna in Cloud?

La teoria è utile, ma in ambito DevOps e Cloud, la competenza si costruisce solo con la pratica. “Sporcarsi le mani” è l’unico modo per interiorizzare veramente concetti come containerizzazione, orchestrazione e infrastructure-as-code. Molti webinar, specialmente quelli più commerciali, spingono verso l’utilizzo delle loro piattaforme cloud pre-configurate, spesso costose e che creano un lock-in. Il segnale più forte di un vero formatore, al contrario, è l’incoraggiamento a costruire il proprio laboratorio di sperimentazione locale o low-cost. Questo non solo abbatte i costi, ma sviluppa una comprensione molto più profonda dei meccanismi interni delle tecnologie.

Creare un “homelab” DevOps oggi non richiede hardware costoso. Un normale computer portatile è più che sufficiente per iniziare. Strumenti come Minikube o k3s permettono di eseguire un cluster Kubernetes a nodo singolo direttamente sulla propria macchina, perfetto per testare deployment, servizi e configurazioni base. Questo ambiente locale è il campo di gioco ideale per replicare in tempo reale gli esempi mostrati durante un webinar, passando immediatamente dalla teoria alla pratica. Questa immediatezza consolida l’apprendimento in modo esponenziale.

Quando si è pronti a passare al cloud, non è necessario saltare subito sui colossi americani. Esistono provider italiani o europei, come Aruba Cloud o Seeweb Cloud, che offrono soluzioni a basso costo, con data center in Italia o UE, perfette per esperimenti che richiedono un IP pubblico o per testare scenari di compliance GDPR. Un vero formatore non solo menzionerà queste alternative, ma fornirà guide o script per facilitare il setup. Come afferma un professionista del settore in un forum di discussione:

Se il relatore di un webinar sconsiglia di ‘sporcarsi le mani’ con un lab locale per spingere la sua piattaforma cloud pre-configurata, è chiaramente una televendita. Un vero formatore incoraggia sempre la sperimentazione pratica e fornisce guide for setup economici che permettono di replicare gli esempi mostrati.

– Utente esperto, Forum di discussione sulla formazione IT

Per partire con il piede giusto, ecco un possibile percorso:

  • Inizia con Minikube o k3s su macchina locale per i test di base su Docker e Kubernetes.
  • Usa un provider come Aruba Cloud (con data center in Italia) per i primi esperimenti cloud con pochi euro.
  • Per progetti più seri o per testare la compliance GDPR, configura un ambiente su Seeweb Cloud.
  • Tieni il tuo laboratorio aperto e pronto durante i webinar per poter replicare e testare i comandi in tempo reale.
  • Documenta tutto ciò che fai in un repository GitHub: diventerà un portfolio pratico che vale molto più di qualsiasi attestato.

In definitiva, il tuo laboratorio personale è la tua migliore difesa contro la “fuffa” formativa. È il luogo dove le promesse dei relatori vengono messe alla prova dei fatti. Investire tempo nel costruirlo e mantenerlo è l’azione a più alto ROI che un professionista DevOps possa compiere per la propria carriera.

Scritto da Marco Rossini, CIO frazionale e consulente strategico IT per PMI con oltre 15 anni di esperienza nella digitalizzazione dei processi aziendali. Specializzato nella gestione del budget IT, nella selezione di ERP e nell'ecosistema startup italiano.