Pubblicato il Marzo 11, 2024

Il passaggio a serverless con AWS Lambda è una mossa strategica per ridurre i costi, ma solo se si governa la sua complessità nascosta.

  • I costi non dipendono dal tempo, ma dall’efficienza del codice e dalla gestione dei “cold start”.
  • Il debug richiede un approccio basato sull’osservabilità (tracing distribuito) e non sul semplice logging.

Raccomandazione: Adotta pattern di disaccoppiamento asincrono e infrastruttura come codice (IaC) fin dal primo giorno per costruire sistemi resilienti e manutenibili.

Come Software Architect, la promessa del serverless suona come musica per le tue orecchie: niente più gestione di server, scalabilità infinita e paghi solo per quello che usi. AWS Lambda sembra la soluzione a tutti i problemi di infrastruttura. Molti si fermano qui, confrontando semplicemente il costo di una macchina virtuale sempre accesa con il modello “pay-per-use” e dichiarando il serverless vincitore per distacco. Si parla di microservizi, di agilità, di “NoOps”. Ma questa è solo la superficie.

La realtà è che il serverless non elimina la complessità, la sposta. La sposta dalla gestione dell’hardware alla progettazione di un’architettura software distribuita e resiliente. L’errore più comune è pensare ad una funzione Lambda come a un semplice pezzo di codice nel cloud, ignorando le sfide operative che emergono quando decine di queste funzioni iniziano a interagire tra loro. Il vero lavoro di un architetto non è decidere *se* usare Lambda, ma *come* usarlo per evitare che i benefici promessi si trasformino in un incubo di costi imprevedibili e sistemi impossibili da debuggare.

E se la vera chiave non fosse l’assenza di server, ma la padronanza delle nuove regole che questi sistemi impongono? Questo articolo va oltre il marketing “NoOps”. Analizzeremo le sfide concrete del mondo serverless: l’inerzia d’esecuzione (cold start), la stima dei costi sotto carico, il tracciamento distribuito e il debito architetturale. Non ti diremo *cosa* è il serverless, ma ti mostreremo *come* un architetto esperto lo governa per costruire applicazioni realmente scalabili, efficienti e a prova di futuro.

Questo articolo è strutturato per affrontare, uno per uno, i problemi reali che incontrerai nel passaggio da un’architettura tradizionale a una basata su Function-as-a-Service. Esploreremo soluzioni pratiche e pattern architetturali per ogni sfida.

Latenza iniziale: perché la tua funzione serverless ci mette 2 secondi a partire e come risolverlo?

Uno dei primi “tradimenti” della promessa serverless è il cosiddetto “cold start”. L’utente fa una richiesta e l’applicazione sembra bloccata per uno o due secondi. Questa latenza iniziale, o “inerzia d’esecuzione”, si verifica quando AWS Lambda deve creare un nuovo ambiente di esecuzione da zero per la tua funzione: deve scaricare il codice, avviare il container e inizializzare il runtime. Questo processo può richiedere da poche centinaia di millisecondi a diversi secondi, a seconda della dimensione del pacchetto e del linguaggio scelto (es. Java e .NET sono notoriamente più lenti di Python o Node.js).

Per le richieste successive, Lambda riutilizzerà l’ambiente “caldo” (warm start), eliminando quasi del tutto la latenza. Tuttavia, per applicazioni sensibili alla latenza come API real-time o processi di checkout, un cold start può degradare seriamente l’esperienza utente. Fortunatamente, esistono strategie mirate per mitigare questo problema. La più potente è Provisioned Concurrency, che permette di pre-allocare un numero definito di ambienti di esecuzione, mantenendoli sempre “caldi” e pronti a servire il traffico. Questa funzione elimina quasi del tutto i cold start, ma introduce un costo fisso.

Come dimostra il caso di Financial Engines, che ha ottimizzato le funzioni critiche per il trading online, l’uso strategico di Provisioned Concurrency permette di gestire carichi di picco elevatissimi con latenza prevedibile. La soluzione ha permesso all’azienda di gestire tassi di richiesta fino a 60.000 al minuto senza interruzioni e con amministrazione minima.

Altre ottimizzazioni includono la minimizzazione delle dimensioni del pacchetto di deployment, la scelta di runtime più veloci come Node.js o Python, e lo spostamento di quanta più logica di inizializzazione possibile al di fuori della funzione handler principale, in modo che venga eseguita una sola volta per ogni ambiente di esecuzione e non ad ogni singola invocazione.

L’incubo della bolletta cloud: come stimare quanto costerà l’architettura serverless sotto carico pesante?

Il modello di prezzo “pay-per-use” di AWS Lambda è uno dei suoi maggiori punti di forza. Elimina lo spreco intrinseco dei server virtuali, dove spesso si paga per capacità inutilizzata. Infatti, secondo i dati AWS sul Total Cost of Ownership, i clienti utilizzano in media solo il 10-20% della capacità dei loro server EC2. Con Lambda, invece, si paga per il numero di richieste e per la durata dell’esecuzione (in millisecondi), moltiplicata per la memoria allocata. Questo sembra semplice, ma può diventare un incubo se non si comprende la dinamica dei costi.

Il costo non è più un valore fisso mensile, ma una variabile direttamente legata a due fattori: il volume di traffico e l’efficienza del codice. Un picco di traffico inatteso o un bug che causa esecuzioni più lunghe possono far esplodere la fattura. La stima dei costi diventa quindi un esercizio di previsione del carico e di ottimizzazione delle performance. È fondamentale utilizzare strumenti come l’AWS Pricing Calculator per modellare diversi scenari di traffico e confrontare i costi con alternative tradizionali o con diverse configurazioni di Lambda.

Per un’applicazione con carichi di lavoro molto variabili o sporadici, Lambda è quasi sempre la scelta più economica. Tuttavia, per carichi di lavoro costanti e prevedibili, un server EC2 riservato potrebbe risultare più conveniente. La vera sfida è trovare il giusto equilibrio.

Il seguente quadro comparativo, basato sui dati dell’AWS Pricing Calculator, illustra i costi mensili per uno scenario tipico di un’applicazione italiana con un milione di richieste al mese, evidenziando i compromessi tra le diverse opzioni.

Confronto costi AWS Lambda vs EC2 per un’app italiana con 1 milione di richieste/mese
Servizio Costo Mensile Vantaggi Svantaggi
AWS Lambda (128MB RAM) €18.74 Pay-per-use, zero manutenzione Limite 15 minuti per esecuzione
EC2 t3.micro (sempre attivo) €7.59 + costi gestione Controllo completo Overhead operativo, sottoutilizzo risorse
Lambda con Provisioned Concurrency €54.43 Zero cold start Costo fisso anche senza traffico

Trace distribuito: come capire dove si è rotto il codice quando l’esecuzione salta tra 5 servizi diversi?

In un’architettura monolitica, il debugging è relativamente semplice: si attacca un debugger e si segue il flusso di esecuzione. In un’architettura serverless, una singola richiesta utente può scatenare una catena di eventi che attraversano decine di funzioni Lambda, code SQS, topic SNS e database DynamoDB. Se qualcosa va storto, la domanda “dove si è rotto il codice?” diventa estremamente difficile da rispondere. I log di ogni singola funzione, presi isolatamente, sono spesso inutili. Manca il contesto globale della transazione.

È qui che il concetto di monitoring tradizionale lascia il posto a quello di osservabilità. Non basta più raccogliere log e metriche; è necessario correlarli per ricostruire l’intero percorso di una richiesta. Lo strumento principe per questo scopo in AWS è X-Ray. Abilitando X-Ray, ogni chiamata tra servizi AWS viene “tracciata”, permettendo di generare una “Service Map” che visualizza le dipendenze, i tempi di latenza e i tassi di errore per ogni nodo dell’architettura. Questo permette di identificare immediatamente il collo di bottiglia o il servizio che ha generato un errore.

Visualizzazione della mappa dei servizi AWS X-Ray che mostra il flusso delle richieste attraverso microservizi

Come mostra lo schema, la mappa dei servizi offre una visione d’insieme che sarebbe impossibile ottenere guardando i log individuali. Implementare il tracing distribuito non è un’opzione, ma un requisito fondamentale per operare sistemi serverless in produzione. Permette di passare da ore di ricerca frustrante tra i log a pochi minuti per diagnosticare e risolvere un problema complesso.

Piano d’azione: implementare l’osservabilità con AWS X-Ray

  1. Abilitazione: Abilita il tracing attivo di X-Ray nella configurazione della tua funzione Lambda direttamente dalla console AWS o tramite template IaC.
  2. Instrumentazione: Utilizza l’SDK di X-Ray all’interno del tuo codice per catturare manualmente segmenti di esecuzione e chiamate a servizi esterni o API di terze parti non tracciate automaticamente.
  3. Campionamento: Configura delle regole di campionamento (sampling rules) per decidere quale percentuale di richieste tracciare, bilanciando la visibilità con i costi di X-Ray (es. traccia il 5% delle richieste e il 100% di quelle che generano errori).
  4. Visualizzazione: Sfrutta la Service Map per ottenere una vista grafica delle interdipendenze e analizza le tracce individuali per identificare la causa principale degli errori e dei rallentamenti.
  5. Allarmi: Imposta allarmi CloudWatch basati sulle metriche fornite da X-Ray, come l’aumento del tasso di errore (fault rate) o della latenza su un percorso specifico, per una notifica proattiva dei problemi.

L’errore di scrivere codice troppo legato alle API proprietarie del provider cloud

Il “vendor lock-in” è una delle paure più citate quando si parla di cloud e, in particolare, di servizi serverless. La comodità di avere un’infrastruttura completamente gestita ha un prezzo: il codice tende a diventare dipendente dalle API specifiche del provider (in questo caso, AWS). Scrivere una funzione Lambda che importa direttamente l’SDK di AWS per interagire con S3, DynamoDB o SNS crea un forte accoppiamento. Questo accoppiamento non è solo un problema teorico di “portabilità” verso un altro cloud provider, ma ha conseguenze pratiche immediate e dolorose.

Questo che chiamo “debito architetturale serverless” rende il codice difficile da testare. Per eseguire test unitari, sei costretto a creare complessi mock dell’SDK AWS, rallentando lo sviluppo e aumentando la fragilità dei test. Inoltre, rende quasi impossibile l’esecuzione e il debug della logica di business in locale, senza una connessione a internet e le giuste credenziali AWS. L’evoluzione dell’architettura diventa più lenta e rischiosa.

La soluzione non è evitare i servizi gestiti, ma isolarli. Pattern architetturali come l’Architettura Esagonale (o Ports and Adapters) diventano fondamentali. L’idea è di mantenere il cuore della logica di business (“dominio”) completamente puro, senza alcuna dipendenza da framework o SDK esterni. La comunicazione con il mondo esterno (come una coda SQS o un database DynamoDB) avviene tramite “adapter” specifici. La funzione Lambda stessa diventa un semplice adapter che riceve l’evento, lo passa al dominio e restituisce il risultato.

Studio di caso: Una fintech italiana evita il vendor lock-in con l’Architettura Esagonale

Un’azienda italiana del settore fintech, dovendo costruire una nuova piattaforma di gestione dei pagamenti, ha scelto un approccio serverless. Per evitare il debito architetturale, ha implementato l’Architettura Esagonale. La logica di business critica è stata scritta in moduli TypeScript puri, senza importare `aws-sdk`. Sono stati creati “adapter” specifici per comunicare con i servizi AWS (es. `DynamoDBOrderRepository`, `SNSEventPublisher`). Questo ha permesso al team di testare il 90% del codice in locale, con test unitari velocissimi e senza alcun mock. Quando si è presentata la necessità di servire clienti in una regione specifica con requisiti di data residency stringenti, l’azienda ha potuto valutare una migrazione parziale verso Azure Functions semplicemente scrivendo nuovi adapter, senza toccare una riga della logica di business.

Code e Topic: come disaccoppiare i componenti software per scalare all’infinito?

La scalabilità automatica di AWS Lambda è impressionante, ma da sola non basta. Se una funzione Lambda chiama direttamente un’altra funzione Lambda (invocazione sincrona), si crea un forte accoppiamento. Il sistema diventa fragile: se la funzione chiamata fallisce o è lenta, l’intera catena si blocca. Inoltre, la funzione chiamante deve attendere la risposta, sprecando tempo di esecuzione e aumentando i costi. Questa è la via più rapida per costruire un “monolito distribuito”, che unisce i peggiori aspetti di entrambe le architetture.

La vera chiave per una scalabilità quasi infinita e per la resilienza è il disaccoppiamento asincrono. Invece di chiamate dirette, i componenti comunicano tramite messaggi, utilizzando servizi come Amazon SQS (Simple Queue Service) per le code e Amazon SNS (Simple Notification Service) per i topic (publish/subscribe). Questo cambia radicalmente il paradigma. Una funzione non “chiama” un’altra, ma “pubblica un evento” (es. “ordine-creato”) su un topic SNS. Altre funzioni, interessate a quell’evento, si sottoscrivono al topic (tramite una coda SQS) e processano il messaggio quando hanno capacità, in modo indipendente e parallelo.

Questo pattern, noto come “fan-out”, permette di aggiungere nuovi consumatori all’evento senza modificare minimamente il produttore. Se un servizio di notifica email deve essere aggiunto, basta creare una nuova coda SQS, sottoscriverla al topic “ordine-creato” e collegarla a una nuova funzione Lambda. Il servizio che ha creato l’ordine non ne sa nulla. Inoltre, le code SQS offrono meccanismi di retry automatici e la possibilità di configurare una Dead Letter Queue (DLQ), una coda speciale dove finiscono i messaggi che non è stato possibile processare dopo un certo numero di tentativi, evitando la perdita di dati e permettendo un’analisi post-mortem.

Le architetture event-driven basate su code e topic sono intrinsecamente resilienti e scalabili. Possono assorbire picchi di traffico enormi perché le code agiscono da buffer, permettendo ai servizi consumatori di elaborare i messaggi al proprio ritmo. È così che si costruiscono sistemi capaci di gestire carichi di lavoro estremi mantenendo performance e affidabilità.

Perché un algoritmo inefficiente può raddoppiare la tua fattura AWS a fine mese?

Nel mondo dei server virtuali, un codice inefficiente si traduce principalmente in un’esperienza utente più lenta. Il costo mensile del server rimane lo stesso. Nel mondo serverless, la musica cambia radicalmente: l’inefficienza del codice ha un impatto diretto e misurabile sulla fattura. Poiché il costo di AWS Lambda è calcolato in base al prodotto tra memoria allocata e durata dell’esecuzione (GB-secondi), una funzione che impiega il doppio del tempo a causa di un algoritmo non ottimale, costerà letteralmente il doppio.

Un ciclo `for` annidato che itera su un grande array (complessità O(n²)) invece di usare una mappa per le ricerche (complessità O(n)), può fare la differenza tra un’esecuzione di 100ms e una di 2 secondi. Su milioni di invocazioni, questa differenza si traduce in centinaia o migliaia di euro. Questo lega indissolubilmente il ruolo dello sviluppatore software a quello della gestione dei costi (FinOps). L’ottimizzazione del codice non è più solo una questione di performance, ma una leva strategica per il controllo del budget.

Rappresentazione visiva dell'ottimizzazione algoritmica in AWS Lambda

Questo significa che la revisione del codice e la scelta delle giuste strutture dati diventano attività ad altissimo valore. Prima di scrivere una funzione, è fondamentale analizzare la complessità algoritmica e considerare l’impatto sui costi a lungo termine. Un piccolo investimento di tempo nell’ottimizzazione può portare a risparmi enormi, come dimostra in modo eclatante il caso di Square Enix.

Studio di caso: Square Enix riduce i costi e i tempi di elaborazione da ore a secondi

Per il suo MMORPG “Final Fantasy XIV”, Square Enix utilizzava AWS Lambda per elaborare le immagini del gioco. Inizialmente, l’algoritmo di ridimensionamento aveva una complessità elevata, portando a tempi di esecuzione lunghi e costi crescenti. Riscrivendo una parte critica dell’algoritmo per passare da una complessità O(n²) a una più efficiente O(n log n), l’azienda ha ottenuto risultati straordinari. Secondo la documentazione ufficiale di AWS, Lambda ha non solo ridotto il tempo di elaborazione da diverse ore a poco più di 10 secondi, ma ha anche abbassato drasticamente i costi infrastrutturali e operativi, gestendo in modo affidabile picchi di traffico fino a 30 volte superiori al normale.

Lift & Shift vs Refactoring: quando conviene riscrivere l’app invece di spostarla così com’è?

Quando si decide di migrare un’applicazione esistente verso il cloud, la prima domanda che un architetto si pone è: “Faccio un semplice ‘Lift & Shift’ o investo in un ‘Refactoring’ completo?”. Il Lift & Shift consiste nel prendere l’applicazione così com’è (ad esempio un monolite PHP) e spostarla su una macchina virtuale (EC2). È un’opzione veloce e a basso rischio, ma non sfrutta nessuno dei vantaggi del cloud nativo. Il Refactoring, d’altra parte, implica la riscrittura di parti dell’applicazione per adattarle a un’architettura a microservizi o serverless. È un percorso più lungo e costoso, ma promette benefici enormi in termini di scalabilità, resilienza e costi operativi.

Non esiste una risposta unica. La scelta dipende dal contesto di business, dalla natura dell’applicazione e dalle competenze del team. Per un sistema ERP critico e stabile, un Lift & Shift è probabilmente la scelta più saggia per minimizzare i rischi. Per un’applicazione e-commerce con forti picchi stagionali, il refactoring verso Lambda per gestire i carichi variabili può portare a risparmi significativi che giustificano l’investimento iniziale. La matrice decisionale seguente offre un quadro di riferimento per le PMI italiane.

Matrice decisionale Lift & Shift vs Refactoring per PMI italiane
Scenario Lift & Shift Refactoring Raccomandazione
Monolito PHP 5.x legacy Rapido (2-4 settimane) Lungo (3-6 mesi) Lift & Shift poi refactoring incrementale
App Java con picchi stagionali Costi fissi elevati Pay-per-use ottimale Refactoring diretto a Lambda
Sistema ERP critico Rischio minimo Rischio elevato Lift & Shift su EC2
Microservizi esistenti Sottoutilizzo risorse Naturale evoluzione Migrazione diretta a serverless

Spesso, la soluzione migliore non è binaria, ma ibrida. Il Strangler Fig Pattern, descritto da uno dei massimi esperti di architettura software, offre una via elegante per una migrazione graduale. Invece di un “big bang refactoring”, si inizia a costruire una nuova facciata serverless attorno al vecchio sistema, intercettando le chiamate e reindirizzandole a nuovi microservizi. Con il tempo, sempre più funzionalità vengono migrate, “strangolando” gradualmente il vecchio monolito fino a quando non può essere dismesso.

Il passaggio a serverless non è una decisione binaria. Lo Strangler Fig Pattern ci permette di migrare gradualmente, sostituendo un componente alla volta mentre il sistema legacy continua a funzionare.

– Martin Fowler, Refactoring Patterns for Legacy Systems

Da ricordare

  • Costo = Efficienza: In un mondo serverless, ogni linea di codice ha un impatto diretto sulla fattura. L’ottimizzazione algoritmica non è più un lusso, ma una necessità finanziaria.
  • Osservabilità > Monitoring: Dimentica il tailing dei log. In un sistema distribuito, l’unica via per il debug è il tracing end-to-end che ricostruisce il percorso di ogni richiesta.
  • Il disaccoppiamento asincrono è la legge: Le chiamate dirette tra funzioni creano fragilità. Code e topic non sono opzioni, ma il fondamento per costruire sistemi resilienti e scalabili.

Come implementare pipeline di Continuous Integration e Delivery per ridurre gli errori di rilascio in produzione?

In un’architettura serverless, dove l’applicazione è composta da decine o centinaia di piccole funzioni indipendenti, il processo di rilascio può diventare rapidamente un caos. Rilasciare manualmente ogni funzione è impensabile e soggetto a errori. L’automazione tramite pipeline di Continuous Integration (CI) e Continuous Delivery (CD) non è più una “best practice”, ma un requisito operativo fondamentale. Una pipeline ben costruita garantisce che ogni modifica al codice venga automaticamente testata, pacchettizzata e rilasciata in modo sicuro e ripetibile.

Il primo passo è definire l’intera infrastruttura come codice (IaC) utilizzando strumenti come AWS SAM (Serverless Application Model) o il Serverless Framework. Questo permette di versionare l’architettura insieme al codice applicativo in un repository Git. La pipeline, gestita da strumenti come GitHub Actions o AWS CodePipeline, si attiva ad ogni `push`. Esegue i test unitari (utilizzando mock per i servizi AWS), costruisce i pacchetti di deployment e li rilascia in un ambiente di staging. Solo dopo che i test di integrazione passano, si procede al rilascio in produzione.

Per ridurre ulteriormente i rischi, le pipeline moderne implementano strategie di rilascio avanzate. Il Canary Deployment, ad esempio, consiste nel deviare una piccola percentuale del traffico (es. 10%) verso la nuova versione della funzione. La pipeline monitora gli errori e la latenza per un certo periodo. Se tutto è stabile, il traffico viene gradualmente spostato al 100% sulla nuova versione. Se viene rilevata un’anomalia, la pipeline esegue automaticamente un rollback alla versione precedente, minimizzando l’impatto sugli utenti. Secondo studi di AWS DevOps, l’adozione di pratiche di CI/CD può portare a una riduzione del 75% degli errori nei deployment in produzione.

Una pipeline CI/CD robusta trasforma il processo di rilascio da un evento stressante e rischioso a un’operazione di routine, noiosa e prevedibile. Questa è la vera agilità: la capacità di rilasciare valore ai clienti in modo rapido e sicuro, concentrandosi sul codice e non sulla cerimonia del deployment.

L’automazione è la chiave per governare la complessità dei rilasci serverless. Per costruire un flusso di lavoro a prova di errore, è cruciale capire come implementare una pipeline di CI/CD efficace.

Ora che hai una visione chiara delle sfide e delle soluzioni per governare un’architettura serverless, il passo successivo è mettere in pratica questi principi. Inizia implementando una pipeline CI/CD per il tuo prossimo progetto serverless; sarà il fondamento su cui costruire un sistema robusto, scalabile e manutenibile.

Scritto da Giulia Moretti, Senior Software Architect e Data Scientist con 12 anni di esperienza nello sviluppo di applicazioni scalabili e sistemi di Intelligenza Artificiale. Esperta in architetture Cloud, DevOps e modernizzazione di sistemi legacy.