Pubblicato il Giugno 15, 2024

Molti pensano che insegnare il coding a scuola serva solo a formare futuri informatici. In realtà, il pensiero computazionale è una competenza fondamentale per tutti, una ‘cassetta degli attrezzi’ mentale per imparare a scomporre problemi complessi, ragionare con logica e trovare soluzioni creative in ogni campo, dalla storia alla vita di tutti i giorni. L’obiettivo non è creare programmatori, ma cittadini più consapevoli e capaci di affrontare la complessità del mondo.

Con l’arrivo del Piano Scuola 4.0 e la crescente enfasi sul “coding”, molti genitori e insegnanti si pongono una domanda legittima: perché i nostri figli e studenti, fin dalle elementari, dovrebbero imparare a programmare? Non stiamo forse cercando di trasformarli tutti in informatici? La risposta, netta e rassicurante, è no. L’equivoco nasce da una confusione comune tra “coding” (la programmazione vera e propria) e “pensiero computazionale”, che è l’obiettivo pedagogico reale. Il primo è uno strumento, il secondo è una competenza universale per la vita.

Il pensiero computazionale non è una materia tecnica, ma una metodologia per la risoluzione dei problemi. È l’abilità di affrontare un problema complesso — che sia un compito di matematica, l’organizzazione di un evento o la comprensione di un fenomeno storico — smontandolo in parti più piccole e gestibili. Si tratta di una vera e propria “grammatica del pensiero” che si fonda su quattro pilastri: scomposizione, riconoscimento di pattern, astrazione e progettazione di algoritmi. Insegnare questo approccio non significa legare i bambini a uno schermo, anzi, spesso le attività più efficaci sono completamente “unplugged”, ovvero senza computer.

L’obiettivo finale non è formare una legione di programmatori, ma fornire a ogni studente una cassetta degli attrezzi mentale per decodificare la realtà. In un mondo sempre più complesso e interconnesso, saper analizzare, astrarre e trovare soluzioni logiche è una competenza chiave di cittadinanza, al pari di leggere e scrivere. Questo articolo esplorerà come questa abilità si coltiva, perché è cruciale per lo sviluppo cognitivo e come trasforma gli studenti da semplici consumatori di tecnologia a creatori consapevoli.

Per comprendere appieno il valore di questo approccio, analizzeremo le sue diverse sfaccettature: dalle attività pratiche senza computer a come applicare la logica informatica per raccontare la storia, fino a distinguere le strategie didattiche efficaci da quelle che rischiano di creare frustrazione. Seguiteci in questo percorso per scoprire il vero potenziale del pensiero computazionale nell’educazione italiana.

Coding senza computer: come insegnare la logica algoritmica con carta, penna e giochi fisici?

Il primo, grande ostacolo mentale da superare è l’associazione “coding = computer”. In realtà, il cuore del pensiero computazionale, la logica algoritmica, può e deve essere insegnato ben prima di toccare una tastiera. Parliamo di coding unplugged, un approccio didattico che utilizza strumenti semplici e fisici per introdurre i concetti fondamentali della programmazione. L’obiettivo è concentrarsi sulla struttura del ragionamento, non sulla sintassi di un linguaggio informatico. Questo metodo è particolarmente efficace nella scuola primaria, poiché permette di apprendere attraverso il gioco, il movimento e l’interazione con i compagni, rispondendo alla domanda “da che età si può iniziare?”. La risposta è: fin dalla scuola dell’infanzia.

Le attività unplugged trasformano concetti astratti come “sequenza”, “ciclo” e “condizione” in esperienze tangibili. Un bambino che programma un compagno di classe per fargli attraversare un labirinto disegnato sul pavimento sta creando un algoritmo. Quando disegna una figura su un foglio a quadretti seguendo istruzioni di coordinate (es. “3 quadretti a destra, 2 in alto”), sta eseguendo un programma e imparando i concetti di lateralità e spazialità. Questo approccio non solo demistifica l’informatica, ma la rende accessibile a tutte le scuole, indipendentemente dalle loro dotazioni tecnologiche, e a tutti gli studenti, indipendentemente dalle loro inclinazioni.

Piano d’azione: 5 attività di coding unplugged per la scuola italiana

  1. Cody Roby: Utilizzare le carte stampabili ideate da Alessandro Bogliolo per creare percorsi e sequenze di istruzioni su una griglia, simulando il movimento di un robot.
  2. Pixel Art su carta quadrettata: Fornire agli studenti un codice di coordinate e colori per disegnare immagini. Questa attività sviluppa la precisione, la numerazione e la capacità di seguire istruzioni complesse.
  3. Percorsi sul pavimento: Creare labirinti o percorsi a ostacoli in palestra o in classe con del nastro adesivo. Gli studenti, a turno, diventano “robot” che devono essere “programmati” dai compagni con istruzioni verbali (es. “fai tre passi avanti”, “gira a sinistra”).
  4. Algoritmi per la vita quotidiana: Chiedere alla classe di scomporre un’attività comune come “preparare la cartella” o “lavarsi i denti” in una sequenza ordinata e non ambigua di istruzioni scritte.
  5. Storia algoritmica: Prendere una serie di eventi storici studiati (es. le tappe del Risorgimento) e chiedere agli studenti di riordinarli cronologicamente creando un diagramma di flusso che mostri le connessioni causa-effetto.

Queste pratiche dimostrano che il pensiero computazionale è prima di tutto un esercizio di logica e creatività, una competenza che si costruisce con la mente, prima ancora che con le dita su una tastiera.

Scomporre problemi complessi: come il metodo informatico aiuta a risolvere problemi di vita quotidiana?

Il primo e più potente strumento nella “cassetta degli attrezzi” del pensiero computazionale è la scomposizione. Questa tecnica consiste nell’affrontare un problema grande e apparentemente insormontabile frammentandolo in una serie di sottoproblemi più piccoli, più semplici e quindi più facili da risolvere. È un’abilità che usiamo istintivamente, ma che il pensiero computazionale formalizza e trasforma in un metodo consapevole e replicabile. Questo approccio è cruciale in un contesto come quello italiano dove, secondo i dati ISTAT 2023, solo il 45,9% degli italiani possiede competenze digitali di base, evidenziando un bisogno formativo che va oltre il semplice uso della tecnologia.

Immaginate di dover organizzare una complessa cena di Natale per venti persone. Il “problema” sembra enorme. Applicando la scomposizione, lo si divide in: definire il menù, stilare la lista della spesa, assegnare i posti a tavola, gestire le allergie alimentari, coordinare i tempi di cottura. Ogni sottoproblema può essere affrontato e risolto singolarmente. Questa è la stessa logica che un programmatore usa per creare un software complesso.

Visualizzazione della scomposizione del problema organizzazione cena di Natale in sottoproblemi

Insegnare questo metodo a scuola ha un impatto diretto su tutte le altre materie. Uno studente che impara a scomporre un problema di geometria in passaggi logici (dati, incognita, formula, calcolo) userà la stessa abilità per analizzare un testo complesso in italiano, identificando introduzione, tesi e argomentazioni. La scomposizione non è una skill informatica, è una strategia cognitiva universale che potenzia la capacità di analisi, pianificazione e gestione della complessità in ogni ambito della vita.

In definitiva, educare alla scomposizione significa fornire agli studenti non la soluzione a un problema, ma un metodo per trovare da soli le soluzioni a infiniti problemi futuri.

Usare l’iPad vs Programmare l’iPad: come trasformare i bambini da consumatori a creatori digitali?

Nell’era digitale, la maggior parte dei nostri ragazzi è estremamente abile nell’usare la tecnologia. Sanno navigare su YouTube, giocare online e comunicare tramite app. Sono consumatori digitali esperti. Tuttavia, c’è un’enorme differenza tra consumare contenuti e crearli. Il pensiero computazionale è il ponte che permette di compiere questo salto qualitativo fondamentale: da utente passivo a creatore attivo. Usare un’app è come leggere un libro; creare un’app, anche semplice, è come imparare a scriverlo. Cambia completamente la prospettiva e il livello di comprensione del mondo digitale.

Questo passaggio è ancora più critico in Italia, dove persistono differenze significative nell’accesso e nelle competenze. Il Rapporto BES 2024 dell’ISTAT, ad esempio, evidenzia un forte divario digitale tra le famiglie del Nord (51,3% con alte competenze) e quelle del Mezzogiorno (36,1%). Offrire a tutti gli studenti, a prescindere dal contesto, la possibilità non solo di accedere ma di creare con la tecnologia è un potentissimo strumento di equità sociale. Insegnare a programmare un iPad, e non solo a usarlo, significa dare a un bambino il potere di esprimere le proprie idee, raccontare storie, risolvere problemi che lui stesso ha identificato.

Strumenti come Scratch, sviluppato dal MIT e disponibile gratuitamente in italiano, sono progettati esattamente per questo scopo. Utilizzando blocchi di codice colorati e incastrabili, i bambini possono creare animazioni, videogiochi e storie interattive senza dover scrivere una sola riga di codice complesso. L’enfasi è sulla logica, sulla creatività e sullo storytelling. Un bambino che crea un piccolo videogioco sulla storia del suo quartiere non sta solo imparando a programmare; sta imparando a ricercare, a strutturare una narrazione, a progettare un’esperienza per gli altri. Sta diventando un autore, un regista, un designer del proprio mondo digitale.

Trasformare i nostri studenti in creatori significa dar loro non solo competenze tecniche, ma anche fiducia, autonomia e una voce più potente per esprimersi nel mondo di domani.

L’errore di proporre sfide troppo difficili che allontanano i ragazzi dalla tecnologia

Uno degli errori più comuni e dannosi nell’insegnamento del pensiero computazionale è cadere nella “trappola della performance”: proporre sfide troppo complesse, troppo presto, con l’idea che la difficoltà sia sinonimo di apprendimento. Il risultato è quasi sempre l’opposto: frustrazione, senso di inadeguatezza e un progressivo allontanamento dalla materia, etichettata come “troppo difficile” o “non per me”. L’obiettivo pedagogico non è selezionare i futuri geni dell’informatica, ma rendere la logica e la creatività digitale accessibili a tutti. La chiave è la progressione graduale, o “scaffolding”.

Come sottolinea l’esperta Caterina Moscetti, l’apprendimento deve focalizzarsi sul processo, non sul risultato finale. Il suo monito è illuminante:

È come copiare la soluzione di un problema di matematica senza capire il procedimento. L’obiettivo non è il risultato, ma la competenza.

– Caterina Moscetti, Coding e pensiero computazionale nella Scuola primaria – La Spiga Edizioni

Un progetto di successo in questo senso è “Programma il Futuro”, l’iniziativa del MIUR che ha introdotto il pensiero computazionale nelle scuole italiane con un approccio basato proprio sulla gradualità.

Studio di caso: Il progetto “Programma il Futuro” nelle scuole italiane

Lanciato dal MIUR in collaborazione con il CINI, “Programma il Futuro” ha avuto successo perché ha offerto percorsi differenziati per età e livello di competenza. Per i più piccoli della scuola primaria, si parte con le attività unplugged dell’Ora del Codice, visive e ludiche. Man mano che le competenze si consolidano, si passa a strumenti come Scratch per progetti creativi. Le sfide più complesse, come le Olimpiadi di Informatica, sono riservate agli studenti più grandi e già appassionati, evitando di proporle come standard per tutti. La filosofia è chiara: ogni studente deve partire da un livello che gli garantisca il successo iniziale, per poi essere incoraggiato a esplorare livelli di difficoltà maggiori secondo i propri tempi e interessi.

Insegnare il pensiero computazionale significa costruire una scala, non un muro. Ogni gradino deve essere abbastanza basso da poter essere salito, dando allo studente la fiducia e la motivazione per affrontare il successivo.

Storia e Scratch: come usare la programmazione per raccontare eventi storici o scientifici?

La vera forza del pensiero computazionale emerge quando smette di essere una materia a sé stante e diventa uno strumento al servizio di altre discipline. La sua natura transdisciplinare è ciò che lo rende così prezioso nel curriculum scolastico. Invece di studiare la programmazione in modo astratto, gli studenti possono usarla per esplorare, visualizzare e raccontare concetti di storia, scienze, arte o letteratura. Questo non solo rende l’apprendimento più coinvolgente e memorabile, ma dimostra concretamente l’utilità della logica computazionale al di fuori dell’informatica.

Prendiamo la storia. Invece di leggere passivamente un capitolo sull’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, gli studenti potrebbero usare un programma come Scratch per creare una simulazione interattiva. Potrebbero programmare uno “sprite” (un personaggio) che si muove attraverso una mappa della città antica, con eventi che si attivano in sequenza: il terremoto iniziale, la pioggia di cenere, la colata piroclastica. Questo tipo di progetto richiede non solo competenze di coding (sequenze, coordinate, condizioni), ma anche una profonda ricerca storica per garantire l’accuratezza degli eventi.

Rappresentazione artistica di una simulazione storica dell'eruzione del Vesuvio creata con elementi visivi di programmazione

Questo approccio trasforma l’apprendimento da un processo di ricezione passiva a uno di costruzione attiva della conoscenza. Il curriculum italiano offre innumerevoli spunti per progetti di questo tipo, che integrano competenze diverse in un unico, significativo elaborato.

Progetti di storia computazionale per il curriculum italiano
Periodo Storico Progetto Scratch Competenze Sviluppate Materie Integrate
Antica Roma Simulazione battaglia di Canne Variabili, condizioni, sprite multipli Storia, Geografia, Matematica
Rinascimento Tour virtuale Galleria Uffizi Coordinate, transizioni, multimedia Arte, Storia, Italiano
Risorgimento Timeline interattiva Unità d’Italia Eventi, sequenze temporali, liste Storia, Geografia, Educazione Civica
Novecento Migrazione interna anni ’60 Dati, grafici animati, statistiche Storia, Geografia, Matematica

In questo modo, il coding diventa un nuovo strumento di espressione, potente come la scrittura o il disegno, capace di dare vita a idee e conoscenze in modi prima impensabili.

Perché copiare codice da Stack Overflow non ti rende un programmatore e come imparare il problem solving?

Nell’era dell’informazione istantanea, la tentazione di cercare la soluzione pronta online — che sia un tema svolto o una stringa di codice su forum come Stack Overflow — è forte. Tuttavia, cedere a questa tentazione è l’antitesi del pensiero computazionale. Copiare e incollare una soluzione senza aver capito il ragionamento sottostante è un’azione meccanica che non produce alcun apprendimento. Il vero obiettivo non è “far funzionare il programma”, ma capire perché funziona e come si è arrivati a quella soluzione. Questo distingue un mero esecutore da un autentico risolutore di problemi.

L’importanza di questa competenza è riconosciuta ai massimi livelli istituzionali. Come ricorda lo stesso Ministero dell’Istruzione, l’abilità di risolvere problemi è un pilastro della formazione di ogni cittadino. Lo sviluppo di questa capacità è un obiettivo centrale del sistema educativo.

Il pensiero computazionale è una delle 8 competenze chiave per l’apprendimento permanente definite dall’UE e recepite dal MIUR.

– Ministero dell’Istruzione, Piano Nazionale Scuola Digitale

Per coltivare un vero approccio da problem solver, è necessario spostare l’attenzione dal prodotto finale al processo di risoluzione. Invece di chiedere “Qual è la risposta?”, un insegnante o un genitore dovrebbe chiedere “Come hai ragionato per arrivare qui?”. È fondamentale incoraggiare un metodo di lavoro che preveda l’analisi del problema prima di cercare soluzioni, la scomposizione in parti più piccole, la sperimentazione di ogni singolo pezzo e la documentazione non solo del risultato, ma dei tentativi, degli errori e delle scoperte fatte lungo il percorso. Il confronto con i compagni dovrebbe vertere sul processo (“Spiegami come hai pensato di risolvere questo passaggio”) e non sulla soluzione (“Passami il codice”).

L’errore, in questo contesto, non è un fallimento da evitare, ma un’informazione preziosa: è il codice che ci dice dove il nostro ragionamento non ha funzionato e ci invita a guardare il problema da una nuova prospettiva.

Euristica o Soluzione Esatta: quale approccio usare per problemi di logistica complessa (NP-hard)?

Man mano che si avanza nello studio del pensiero computazionale, si incontrano problemi di una complessità tale per cui trovare la soluzione “perfetta” e matematicamente esatta è praticamente impossibile, anche per i computer più potenti. Questi sono noti in informatica come problemi NP-hard. Di fronte a questa complessità, il pensiero computazionale maturo insegna una lezione fondamentale: a volte, una buona soluzione “euristica” (cioè una soluzione approssimativa, basata sull’esperienza e su regole pratiche) è molto più utile di nessuna soluzione. Questo dimostra che il pensiero computazionale non è rigidità, ma flessibilità strategica. La statistica ci dice che anche tra i più istruiti c’è spazio per migliorare queste competenze avanzate: secondo recenti analisi, il 74,1% dei laureati italiani possiede competenze digitali almeno di base, ma la gestione di problemi complessi richiede un salto ulteriore.

Un esempio perfetto e profondamente italiano di questo dilemma è l’organizzazione del Giro d’Italia. Trovare il percorso “ottimale” è un classico problema NP-hard.

Studio di caso: Il Giro d’Italia come esempio di problema NP-hard

Gli organizzatori del Giro d’Italia devono bilanciare un’enorme quantità di variabili spesso in conflitto: minimizzare le distanze dei trasferimenti, garantire tappe iconiche e spettacolari (come lo Stelvio), massimizzare l’interesse turistico delle località toccate, gestire la logistica di migliaia di persone e veicoli, e assicurare la copertura televisiva. Calcolare il percorso matematicamente perfetto che ottimizzi tutti questi fattori richiederebbe un tempo di calcolo impraticabile. Invece, si usano euristiche basate su decenni di esperienza: alternare tappe di montagna e pianura, includere una cronometro, rispettare le tradizioni, garantire visibilità a diverse regioni. Il risultato non è l’ottimo matematico, ma una soluzione “abbastanza buona” che soddisfa in modo equilibrato tutti i requisiti.

Questa distinzione tra soluzione esatta ed euristica è una lezione di vita. Insegna agli studenti che nel mondo reale, spesso non esiste una singola risposta giusta. Bisogna imparare a fare compromessi, a valutare i pro e i contro, a prendere decisioni informate sulla base di dati incompleti. Insegna il pragmatismo e la capacità di trovare soluzioni praticabili, non perfette.

Il pensiero computazionale, nella sua forma più avanzata, non è solo logica, ma anche saggezza: la capacità di scegliere lo strumento giusto per il problema giusto.

Punti chiave da ricordare

  • Il pensiero computazionale non serve a formare programmatori, ma a sviluppare una metodologia universale per risolvere problemi complessi in ogni campo.
  • Le attività “unplugged” (senza computer) sono fondamentali per insegnare la logica algoritmica in modo accessibile, ludico e inclusivo fin dalla scuola primaria.
  • L’obiettivo è trasformare gli studenti da consumatori passivi di tecnologia a creatori attivi, capaci di esprimere le proprie idee attraverso il linguaggio digitale.

Come distinguere un webinar formativo di valore da una “televendita” mascherata da corso?

Con la crescente popolarità del coding, il mercato della formazione per docenti e genitori si è riempito di offerte: webinar, corsi online, certificazioni. Sapersi orientare e riconoscere un percorso formativo di qualità da una semplice operazione commerciale è diventata una competenza essenziale. Un corso valido non vende “segreti” o “formule magiche”, ma fornisce metodologie solide, strumenti concreti e un supporto continuativo. L’enfasi deve essere sulla didattica, sull’applicazione in classe e sulla coerenza con le linee guida del sistema educativo italiano, come quelle del MIUR.

Un formatore di qualità non si limita a mostrare come funziona un’app, ma spiega la pedagogia che ne sta alla base. Porta esempi reali di progetti realizzati in scuole italiane, mostrando sia i successi che le difficoltà incontrate. Diffidate di chi promette risultati immediati o certificazioni dal nome altisonante ma non riconosciute ufficialmente. Un indicatore chiave di serietà è l’accreditamento presso il Ministero dell’Istruzione (per i corsi docenti) o il legame con istituzioni accademiche riconosciute. La qualità non sta nel software più nuovo, ma nella profondità della visione pedagogica che lo accompagna.

Per aiutare insegnanti e genitori a fare una scelta informata, ecco una lista di controllo pratica da utilizzare prima di iscriversi a qualsiasi corso sul pensiero computazionale.

Checklist per valutare la qualità di un corso di coding in Italia

  1. Verifica accreditamento MIUR: Per i corsi rivolti ai docenti, controllare se sono presenti sulla piattaforma S.O.F.I.A., che ne garantisce il riconoscimento ministeriale.
  2. Controlla il profilo dei formatori: Hanno pubblicazioni accademiche, un blog di settore riconosciuto o esperienze documentate e verificabili nelle scuole italiane?
  3. Richiedi esempi concreti: Chiedere di visionare progetti reali realizzati da altri corsisti o in classi pilota, idealmente con una valutazione dei risultati didattici ottenuti.
  4. Diffida di certificazioni “esotiche”: Fare attenzione a promesse di “certificazioni internazionali” che non hanno alcun valore o riconoscimento formale all’interno del sistema scolastico e universitario italiano.
  5. Verifica il rilascio di crediti: Chiedere esplicitamente se il corso rilascia CFU (Crediti Formativi Universitari) per gli studenti o crediti validi per la formazione obbligatoria dei docenti.
  6. Controlla la community di supporto: Esiste un forum, un gruppo o un canale di supporto post-corso? È attivo e frequentato da altri docenti e formatori italiani con cui confrontarsi?

Scegliere la formazione giusta è il primo passo per diventare una guida efficace per i propri studenti o figli. Per questo, è utile avere sempre a mente i criteri per una valutazione critica e consapevole delle offerte formative.

Per fare il primo passo concreto, il punto di partenza è imparare a valutare con occhio critico le opportunità disponibili, investendo il proprio tempo e le proprie risorse in percorsi che offrano un reale valore pedagogico e non solo un attestato di partecipazione.

Scritto da Giulia Moretti, Senior Software Architect e Data Scientist con 12 anni di esperienza nello sviluppo di applicazioni scalabili e sistemi di Intelligenza Artificiale. Esperta in architetture Cloud, DevOps e modernizzazione di sistemi legacy.