Pubblicato il Aprile 18, 2024

La vera differenza tra Data Scientist e Data Analyst in Italia non sta negli strumenti che usano, come Python o Power BI.

  • Il Data Scientist orchestra l’intero ciclo di vita di un modello, dall’ipotesi di business all’impatto economico misurabile, assumendosene la responsabilità.
  • Il Data Analyst esegue analisi mirate per rispondere a domande specifiche, eccellendo nel trasformare dati complessi in report chiari e automatizzati.

Raccomandazione: Valuta se la tua ambizione è formulare le domande strategiche (Scientist) o fornire le risposte più efficaci e puntuali (Analyst).

Se hai in mano una laurea in fisica, matematica o statistica e stai guardando al mondo del lavoro, probabilmente ti senti bombardato da due termini: Data Analyst e Data Scientist. Le offerte di lavoro sembrano usarli in modo intercambiabile, creando una confusione che paralizza. Molti articoli si limitano a liste di software: impara Python per fare lo Scientist, impara Power BI per fare l’Analyst. Questa è una semplificazione pericolosa. Avendo guidato team di data science in diverse realtà aziendali italiane, posso dirti che la differenza non è nello strumento, ma nello scopo e nella responsabilità.

La vera domanda che devi porti non è “quale linguaggio devo imparare?”, ma “che tipo di problemi voglio risolvere?”. Un Data Analyst è un maestro nel far parlare i dati esistenti per rispondere a domande di business precise: “Perché le vendite in Lombardia sono calate del 5% questo trimestre?”. Un Data Scientist, invece, parte spesso da un foglio più bianco. La sua domanda è: “Possiamo costruire un sistema che preveda il calo delle vendite con tre mesi di anticipo e ne identifichi le cause nascoste?”.

Questo articolo non ti darà l’ennesima lista di tool. Ti fornirò una mappa concettuale, basata sull’esperienza sul campo in Italia, per capire la reale portata dei due ruoli. L’obiettivo è metterti in condizione di scegliere consapevolmente il percorso che non solo valorizza la tua formazione scientifica, ma che accende davvero la tua curiosità intellettuale. Analizzeremo insieme il ciclo di vita di un progetto di dati, dal caos iniziale alla messa in produzione, evidenziando dove e come le competenze di un Analyst e di uno Scientist divergono in modo cruciale.

Questo percorso ti aiuterà a decifrare le offerte di lavoro, a prepararti per i colloqui e, soprattutto, a costruire una carriera solida e soddisfacente nel mondo dei dati, partendo dalle solide basi che già possiedi.

Perché il 80% del lavoro è Data Cleaning e come farlo efficientemente con Python?

Partiamo dalla realtà meno affascinante ma più importante: la preparazione dei dati. Se immagini il Data Scientist come un alchimista che crea modelli predittivi magici, sappi che passa la maggior parte del suo tempo a setacciare e pulire la materia prima. Fonti attendibili confermano che i data scientist trascorrono fino all’80% del loro tempo in attività di preparazione dei dati. Questo include la gestione di valori mancanti, la correzione di formati incoerenti (immagina date scritte come “01/03/2023”, “1 Marzo 23” e “2023-03-01” nello stesso file), e la rimozione di duplicati.

Qui emerge la prima, fondamentale differenza di approccio. Un Data Analyst tende a eseguire la pulizia dei dati in modo più manuale o con strumenti visivi come Power Query in Excel o Power BI, spesso su dataset specifici per un singolo report. Il suo obiettivo è rendere quel dataset utilizzabile per quell’analisi. Il Data Scientist, invece, pensa in termini di scalabilità e automazione. Sa che il suo modello dovrà essere ri-addestrato su nuovi dati, quindi non può permettersi un processo manuale. Scrive script in Python, usando librerie come Pandas, per creare pipeline di pulizia riproducibili e automatiche. Il suo obiettivo non è solo pulire i dati di oggi, ma creare un sistema che pulisca autonomamente i dati di domani. Pensa già in ottica di integrazione con il lavoro del Data Engineer, che fornisce i flussi di dati grezzi.

L’efficienza qui è tutto. Utilizzare Python permette di documentare ogni passaggio della trasformazione, garantendo trasparenza e la possibilità di tornare indietro se un’operazione di pulizia si rivela troppo aggressiva. Tecniche come l’imputazione dei dati mancanti (sostituire valori nulli con medie, mediane o valori predetti da un piccolo modello) diventano parte di uno script robusto, non un’operazione “una tantum”. Questa mentalità orientata al processo e all’automazione è il primo vero marchio di fabbrica di un Data Scientist.

Python o R: quale linguaggio domina il mercato italiano della Data Science oggi?

Una volta che i dati sono puliti, arriva la scelta dell’arma principale: il linguaggio di programmazione. Per anni, la discussione è stata dominata dalla rivalità tra Python e R. Come Lead Data Scientist nel contesto italiano, la mia visione è pragmatica: la guerra è finita e Python ha vinto, almeno nel settore corporate. R rimane uno strumento eccezionale, con una comunità accademica fortissima e un predominio in settori specifici come la ricerca e la statistica avanzata (non a caso è usato da enti come l’ISTAT).

Tuttavia, per chi come te punta a entrare in azienda, la realtà del mercato italiano è chiara. Python è più di un semplice linguaggio per l’analisi; è un coltellino svizzero che si integra perfettamente con l’intero ecosistema tecnologico aziendale. La sua sintassi pulita lo rende più accessibile per chi non ha un background da programmatore puro, ma la sua vera forza sta nelle librerie che vanno oltre la statistica. Con Scikit-learn si costruiscono modelli di machine learning, con TensorFlow e PyTorch si entra nel deep learning, e con FastAPI o Flask si può persino creare un’API per “servire” il modello ad altre applicazioni. Questa versatilità è il motivo per cui è la competenza più richiesta.

Un’analisi comparativa del mercato italiano evidenzia questa tendenza. Come illustrato dalla tabella seguente basata su dati di settore, l’adozione di Python è preponderante, specialmente nei settori a più alta crescita tecnologica. Questo si riflette anche sulle retribuzioni: le posizioni che richiedono competenze di production-readiness in Python tendono ad avere una RAL (Retribuzione Annua Lorda) di partenza superiore.

Il quadro che emerge da un’analisi del mercato del lavoro italiano è netto:

Python vs R: uno sguardo al mercato italiano
Caratteristica Python R
Adozione nel mercato italiano 75% delle offerte di lavoro 25% delle offerte di lavoro
Settore dominante Tech, Finanza, Cloud Ricerca, Università, ISTAT
Integrazione cloud Eccellente (AWS, Azure, GCP) Limitata
Curva di apprendimento Più accessibile Più ripida per non-statistici
Librerie principali Pandas, Scikit-learn, TensorFlow Tidyverse, ggplot2

In sintesi, se il tuo obiettivo è la massima spendibilità sul mercato aziendale italiano, la risposta è Python. Imparare R è un valore aggiunto, ma non padroneggiare Python rischia di essere un forte limite. La domanda di figure esperte è alta, e questo trend è destinato a continuare.

Data Storytelling: come spiegare un modello complesso al Direttore Marketing senza annoiarlo?

Hai pulito i dati, scelto Python e costruito un modello di machine learning con un’accuratezza del 92%. Ottimo. Ora arriva la parte più difficile: spiegarlo a chi prende le decisioni, come il Direttore Marketing, che non ha interesse per la tua “Random Forest” o la “curva ROC”. A lui interessa solo una cosa: “Come mi aiuta a vendere di più?”. Qui si manifesta una delle competenze più sottovalutate e cruciali del Data Scientist: il Data Storytelling.

Un Data Analyst presenta un report. Un Data Scientist racconta una storia. L’analyst mostra il “cosa”: “Abbiamo registrato un tasso di abbandono del 15% tra i clienti sotto i 30 anni”. Lo scientist spiega il “perché” e il “come agire”: “Il nostro modello ha identificato che i clienti giovani che non usano la nostra app entro 7 giorni dall’iscrizione hanno una probabilità del 90% di abbandonarci. Proponiamo di lanciare una campagna di benvenuto mirata via app al terzo giorno, con un’offerta esclusiva. Stimiamo che questo possa ridurre l’abbandono del 5% e generare un fatturato aggiuntivo di 50.000€ in 6 mesi”.

La differenza è abissale. Il Data Storytelling non significa banalizzare, ma tradurre. Si tratta di convertire metriche tecniche (accuratezza, precisione) in KPI di business (fatturato, retention, costo di acquisizione). Si usano visualizzazioni non per mostrare dati, ma per guidare l’attenzione e illustrare un punto. Invece di una tabella di coefficienti, mostrerai un grafico che illustra il percorso di un “cliente tipo” che sta per abbandonare, rendendo il problema tangibile ed empatico.

Dashboard interattiva con grafici colorati che raccontano una storia di business attraverso i dati

L’uso di analogie legate al contesto italiano può essere molto potente. Spiegare un modello come una “ricetta di alta cucina” dove ogni dato è un ingrediente e il risultato finale dipende dal loro bilanciamento, o come la “tattica di una squadra di calcio” dove ogni variabile contribuisce al risultato finale, rende concetti astratti immediatamente comprensibili. Ricorda, il tuo lavoro non è finito quando il modello è costruito, ma quando ha generato un’azione di business. E questo avviene solo se chi decide ha capito, si è fidato e si è convinto.

L’errore di addestrare l’algoritmo su dati storici parziali che portano a decisioni discriminatorie

Con il grande potere dei modelli di machine learning, arriva una grande responsabilità. Un Data Scientist non è solo un tecnico, ma anche il custode dell’etica del suo algoritmo. Uno degli errori più gravi e insidiosi è il bias algoritmico. Questo si verifica quando un modello, addestrato su dati storici che riflettono pregiudizi umani, impara e amplifica quegli stessi pregiudizi, portando a decisioni automatizzate ingiuste o discriminatorie.

Immagina un modello di credit scoring per una banca, addestrato su decenni di dati storici di concessione di prestiti. Se in passato, per pregiudizi socio-economici, i prestiti sono stati concessi con più difficoltà a persone residenti in determinate aree geografiche del Sud Italia, l’algoritmo imparerà questa correlazione. Concluderà, erroneamente, che provenire da quella regione è un fattore di rischio, perpetuando e automatizzando una discriminazione. Il modello è tecnicamente corretto, ma eticamente disastroso e legalmente problematico, specialmente alla luce del GDPR.

L’autorità italiana è molto attenta a questi rischi. Come sottolineato dal nostro stesso organo di controllo, la responsabilità è chiara. Lo stesso Garante per la protezione dei dati personali ha messo in guardia su questi temi nelle sue linee guida:

Il bias algoritmico può perpetuare le disuguaglianze esistenti nel mercato del lavoro italiano, penalizzando ingiustamente candidati del Sud Italia o di determinati gruppi demografici.

– Garante Privacy Italiano, Linee guida sull’AI e trattamento dati

Qui il ruolo del Data Scientist si eleva. Non si limita a massimizzare l’accuratezza del modello. Deve attivamente investigare i dati di input alla ricerca di bias, utilizzare tecniche di “fairness” per mitigare gli effetti discriminatori e, soprattutto, essere in grado di spiegare e difendere le decisioni del modello. Un Data Analyst potrebbe non avere la responsabilità diretta sulla costruzione dell’algoritmo, ma il Data Scientist ne è il “padre” e ne risponde. Questa responsabilità algoritmica è una competenza non tecnica che separa nettamente le due figure e che sta diventando sempre più critica.

Dal Jupyter Notebook alla produzione: come non far morire il tuo modello sul tuo laptop?

Eccoci al divario più grande, quello che separa nettamente un progetto accademico o un’analisi da una soluzione di data science aziendale: la messa in produzione. Molti aspiranti Data Scientist sono bravissimi a creare modelli predittivi dentro un Jupyter Notebook. Ma un modello che vive e muore sul tuo computer portatile ha un valore di business pari a zero. Il vero salto di qualità avviene quando quel modello viene integrato nei sistemi aziendali, prende decisioni in automatico e genera valore in modo continuativo.

Questo mondo si chiama MLOps (Machine Learning Operations). È l’insieme di pratiche che unisce lo sviluppo del machine learning (ML) con le operation (Ops) IT. Invece di inviare via email un file `.ipynb`, il Data Scientist moderno “containerizza” il suo modello con tecnologie come Docker. Questo crea un pacchetto standardizzato che può essere eseguito su qualsiasi infrastruttura, dal server aziendale al cloud (AWS, Azure, Google Cloud).

Pipeline MLOps con container Docker e servizi cloud interconnessi in un ambiente di produzione

Il Data Scientist deve quindi collaborare strettamente con i Data Engineer e i DevOps per creare una pipeline automatizzata che gestisca l’intero ciclo di vita: addestramento, validazione, deployment (messa online), monitoraggio delle performance nel tempo e ri-addestramento automatico quando i dati cambiano. Questa è un’area altamente tecnica dove la conoscenza di base di cloud, API e strumenti di orchestrazione come Kubernetes o Airflow fa un’enorme differenza. Come confermato da leader di settore, le aziende stanno constatando i benefici del cloud per aumentare la velocità di sviluppo e deployment, creando ambienti ideali per i data scientist.

Un Data Analyst raramente si avventura in questo territorio. Il suo prodotto finale è tipicamente un dashboard, un report o una presentazione. Il prodotto finale del Data Scientist è spesso un servizio software vivo e funzionante. Padroneggiare le basi dell’MLOps è ciò che trasforma un bravo modellista in un Data Scientist completo e molto più prezioso per il mercato.

Excel o PowerBI: quale strumento scegliere per report che si aggiornano da soli?

Dopo aver esplorato le frontiere più avanzate della Data Science, facciamo un passo indietro e concentriamoci su un compito fondamentale in ogni azienda: il reporting. Qui il ruolo del Data Analyst brilla. Il suo scopo primario è rendere i dati accessibili e comprensibili per i team di business, e farlo in modo efficiente e, idealmente, automatico. La scelta dello strumento è quindi strategica.

Per decenni, Excel è stato il re incontrastato. È uno strumento potentissimo, flessibile e familiare a tutti. Con l’aggiunta di Power Query e Power Pivot, è diventato capace di gestire analisi complesse. Tuttavia, ha dei limiti intrinseci nell’automazione e nella condivisione. Un report in Excel è spesso un file statico che deve essere aggiornato e inviato manualmente. La governance dei dati è difficile: chi ha l’ultima versione? Come ci si assicura che tutti vedano solo i dati di loro competenza?

Qui entra in gioco Power BI. Nato come “Excel sotto steroidi”, è diventato una piattaforma completa di Business Intelligence. Il suo punto di forza è la capacità di connettersi a decine di fonti dati (database aziendali, file cloud, servizi web), di creare un modello dati centralizzato e di pubblicare dashboard interattivi online. Un report in Power BI può essere impostato per aggiornarsi automaticamente più volte al giorno, garantendo che tutti in azienda guardino sempre alla stessa “versione della verità”. Inoltre, permette una governance granulare (Row-Level Security) per mostrare a ogni utente solo i dati che è autorizzato a vedere. Per le PMI italiane, la scelta dipende da un bilancio tra costi, complessità e necessità di automazione.

Excel vs Power BI per le PMI italiane
Criterio Excel con Power Query Power BI
Costo per PMI Basso (Office standard) Medio (licenze Pro)
Automazione report Limitata Completa
Condivisione web OneDrive necessario Nativa
Governance dati Basilare Avanzata con RLS
Curva apprendimento Familiare Più ripida

Mentre un Data Scientist può usare questi strumenti per analisi esplorative rapide, è il Data Analyst che ne fa il suo dominio, diventando l’esperto che trasforma dati grezzi in insight chiari e sempre aggiornati per tutta l’organizzazione.

Allucinazioni dell’AI: perché non devi mai fidarti ciecamente dei dati forniti da un chatbot?

L’avvento di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come ChatGPT ha cambiato le regole del gioco. Questi strumenti sono incredibilmente potenti per generare codice, riassumere testi o fare brainstorming. Tuttavia, presentano un rischio enorme e subdolo: le “allucinazioni”. Un’allucinazione si verifica quando l’AI, nel tentativo di essere utile, inventa di sana pianta fatti, dati, citazioni o fonti che sembrano plausibili ma sono completamente falsi.

Per un professionista dei dati, questa è una trappola mortale. Immagina di chiedere a un chatbot: “Qual è la quota di mercato dei principali produttori di pasta in Italia?”. L’AI potrebbe risponderti con una tabella precisa, citando “un report di Nielsen del 2023”. Se tu, fidandoti, inserisci questi dati in una presentazione per il consiglio di amministrazione senza verificarli, il danno reputazionale (per te e per l’azienda) può essere devastante. La fiducia è la moneta con cui lavoriamo, e perderla per un dato inventato è un errore imperdonabile.

Sia il Data Analyst che il Data Scientist devono sviluppare un profondo scetticismo critico verso gli output di queste AI. Non sono database, ma motori di generazione di testo ottimizzati per la coerenza, non per la verità. La regola aurea è: mai fidarsi, sempre verificare. Ogni affermazione, ogni dato, ogni linea di codice generata deve essere trattata come un’ipotesi da validare, non come un fatto acquisito. Per contesti di business critici, questo approccio deve essere sistematizzato.

Checklist per la validazione di output LLM in contesti business

  1. Verificare sempre le fonti citate dall’AI con i documenti originali (se una fonte non è rintracciabile, il dato è da considerare falso).
  2. Implementare tecniche come Retrieval-Augmented Generation (RAG) per ancorare le risposte a un corpus di dati aziendali verificati e interni.
  3. Confrontare sistematicamente gli output numerici con i database interni affidabili (es. listini prezzi, schede tecniche, dati di vendita).
  4. Documentare ogni decisione di business significativa basata su un’indicazione dell’AI, per garantire la piena tracciabilità legale e operativa.
  5. Mantenere sempre una supervisione umana finale per contenuti critici, regolamentati o che hanno un impatto diretto sul cliente.

Questa competenza non è tecnica, ma metodologica. È l’evoluzione digitale del pensiero scientifico che hai appreso all’università: formulare un’ipotesi (l’output dell’AI) e poi cercare prove a sostegno o a confutazione (la verifica). In un mondo inondato dall’AI, la capacità di discernere il vero dal verosimile è forse la skill più preziosa di tutte.

Da ricordare

  • La vera distinzione non sono gli strumenti (Python/Power BI), ma lo scopo: creare nuovi sistemi (Scientist) vs. analizzare sistemi esistenti (Analyst).
  • Il Data Scientist governa l’intero ciclo di vita del modello, dalla pulizia dati alla messa in produzione (MLOps) e alla responsabilità etica (bias).
  • Il Data Analyst eccelle nel trasformare dati complessi in report chiari, automatizzati e affidabili, diventando il punto di riferimento per le decisioni di business quotidiane.

Come l’AI può aiutare il radiologo a rilevare anomalie nelle risonanze magnetiche senza sostituirlo?

Per concludere, guardiamo a un’applicazione che incarna perfettamente la filosofia del Data Scientist moderno: l’AI come strumento di potenziamento dell’expertise umana, non di sostituzione. Il campo della radiologia è un esempio perfetto. Un radiologo è un esperto con anni di formazione ed esperienza, il cui compito è individuare anomalie a volte minuscole in immagini mediche complesse come le risonanze magnetiche.

L’idea non è creare un’AI che faccia il suo lavoro, ma un “secondo paio d’occhi” instancabile e ultra-sensibile. Un Data Scientist in questo campo sviluppa modelli di computer vision (spesso basati su reti neurali convoluzionali) addestrati su migliaia di immagini già diagnosticate. L’algoritmo impara a riconoscere pattern sottili, a volte invisibili all’occhio umano o facilmente trascurabili dopo ore di lavoro. Il suo compito non è fare una diagnosi, ma evidenziare aree di interesse (ROI – Regions of Interest) che il radiologo dovrebbe esaminare con priorità e maggiore attenzione.

Questo approccio “human-in-the-loop” porta benefici enormi. Aumenta l’efficienza, permettendo al medico di concentrarsi sui casi più complessi e riducendo il tempo speso su immagini palesemente normali. Alcuni studi in contesti reali hanno mostrato riduzioni significative nei tempi di analisi. Soprattutto, può aumentare l’accuratezza, riducendo i falsi negativi e portando a diagnosi più precoci. L’autorità finale, la diagnosi, rimane saldamente nelle mani del medico, ma il suo giudizio è arricchito e supportato da un’analisi quantitativa potentissima.

Questa visione è condivisa dalle più alte istituzioni di ricerca medica in Italia. Come evidenziato in un report sull’innovazione, l’AI è vista come un alleato strategico.

L’AI in radiologia non sostituisce il medico ma agisce come un secondo parere potenziato, evidenziando aree di interesse che potrebbero richiedere attenzione prioritaria.

– IRCCS – Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, Report sull’implementazione AI in diagnostica per immagini

Questo esempio finale riassume l’essenza del ruolo del Data Scientist: non si tratta di automatizzare per eliminare, ma di costruire strumenti intelligenti che amplificano l’intelligenza e l’esperienza umana per risolvere problemi complessi e di grande impatto. È la sintesi perfetta tra rigore scientifico, competenza tecnica e comprensione del dominio applicativo.

Per comprendere il futuro del ruolo, è utile riflettere su come l'AI può collaborare con l'expertise umana.

Ora che hai una mappa chiara delle reali competenze e delle filosofie che distinguono un Data Scientist da un Data Analyst nel contesto italiano, il prossimo passo è tuo. Valuta onestamente i tuoi progetti accademici e personali: ti appassiona di più costruire un sistema predittivo da zero, gestendone ogni complessità, o preferisci estrarre insight chiari e azionabili da dati esistenti? La risposta a questa domanda definirà il tuo percorso di carriera e ti guiderà verso il ruolo che accende davvero la tua curiosità e risponde alle tue ambizioni.

Scritto da Giulia Moretti, Senior Software Architect e Data Scientist con 12 anni di esperienza nello sviluppo di applicazioni scalabili e sistemi di Intelligenza Artificiale. Esperta in architetture Cloud, DevOps e modernizzazione di sistemi legacy.