
Come sviluppatore di una piattaforma di streaming o di un’app di videochiamata, la lotta contro la latenza è il tuo pane quotidiano. Ogni millisecondo conta e la frustrazione di un utente di fronte a un’immagine bloccata o a un audio a scatti è un fallimento tecnico che ha dirette ripercussioni sul business. La prima risposta che si incontra cercando soluzioni è quasi sempre legata alla scelta del protocollo di trasporto: l’affidabile e ordinato TCP contro il veloce e snello UDP. Si legge ovunque che TCP garantisce la consegna di ogni pacchetto, ma a costo di ritrasmissioni che generano buffer e lag, mentre UDP spara i dati senza garanzie, preferendo la velocità alla perfezione.
Questa dicotomia, sebbene tecnicamente corretta, è diventata un falso dilemma. Limitarsi a scegliere “UDP per il real-time” è una visione semplicistica che ignora completamente l’evoluzione delle architetture di rete degli ultimi dieci anni. La vera chiave per uno streaming a latenza zero non risiede nella scelta binaria tra TCP e UDP, ma nella comprensione e nell’implementazione dello stack tecnologico che si costruisce *sopra* UDP. Il segreto è riprendere il controllo dell’affidabilità a livello applicativo, gestendo in modo intelligente la perdita di pacchetti e ottimizzando ogni singolo componente della catena di trasmissione.
Questo articolo abbandona la superficie del dibattito TCP vs. UDP per immergersi nelle profondità dell’ingegneria di rete moderna. Esploreremo come i codec video di nuova generazione, i protocolli di correzione d’errore, la sicurezza a livello datagramma e le architetture di elaborazione all’edge concorrano a creare un’esperienza fluida. Vedremo come diagnosticare correttamente i colli di bottiglia e come le nuove frontiere del 5G stiano riscrivendo le regole per le applicazioni industriali. L’obiettivo è fornirti una roadmap strategica, non solo una risposta teorica, per sconfiggere la latenza una volta per tutte.
Per navigare in questa analisi approfondita, ecco la struttura che seguiremo. Partiremo dalle fondamenta della trasmissione video per poi esplorare la sicurezza, la diagnostica e le architetture di rete più avanzate.
Sommario: La roadmap completa per lo streaming a latenza zero
- Codec video H.265 vs AV1:Come trasformare l’Information Technology da centro di costo a motore di fatturato per una PMI?
- Packet Loss: come nascondere gli errori di trasmissione all’utente finale (Error Concealment)?
- TLS 1.3:Team interno o Managed Service Provider: quale conviene per un’azienda sotto i 50 dipendenti?
- L’errore di incolpare la rete quando è il server che non ce la fa a processare i pacchetti
- MQTT o WebSocket: quale protocollo leggero usare per inviare dati dai sensori al server?
- Perché inviare tutti i dati grezzi al Cloud è uno spreco di soldi e come filtrare alla fonte?
- Network Slicing: come garantire banda prioritaria ai macchinari critici rispetto ai cellulari dei dipendenti?
- Perché una rete 5G Privata (Private Network) è più sicura del Wi-Fi per la tua fabbrica automatizzata?
Codec video H.265 vs AV1:Come trasformare l’Information Technology da centro di costo a motore di fatturato per una PMI?
Prima ancora di inviare un singolo pacchetto, la battaglia contro la latenza inizia dalla compressione. Meno dati devi trasmettere, minore sarà l’impatto di un collo di bottiglia sulla rete. Per anni, H.265 (HEVC) è stato lo standard di riferimento, offrendo un’efficienza doppia rispetto al suo predecessore H.264. Tuttavia, il suo modello di licenza basato su royalty ha sempre rappresentato un ostacolo, specialmente per le PMI. Oggi, l’alternativa open-source e royalty-free, AV1, sta cambiando le carte in tavola. Supportato da giganti come Google, Meta e Netflix, AV1 promette un’efficienza di compressione superiore a H.265, quantificabile in un ulteriore 20-30% di risparmio di banda a parità di qualità visiva. Un white paper di Vodafone ha confermato che si può arrivare fino al 30% di compressione superiore rispetto a HEVC, un dato cruciale per lo streaming su reti mobili.
Per un CTO di una PMI italiana, la scelta non è banale. AV1 significa minori costi di banda e l’eliminazione totale delle royalty, trasformando una spesa operativa (banda) e un costo fisso (licenze) in un vantaggio competitivo. D’altro canto, H.265 gode ancora di un supporto hardware quasi universale e di tempi di encoding notevolmente più rapidi grazie all’accelerazione hardware matura. L’encoding di AV1, essendo più complesso, richiede una potenza di calcolo superiore e tempi più lunghi, un fattore da non sottovalutare se il time-to-market dei contenuti è critico. La decisione dipende quindi da un’attenta analisi del proprio target di utenza (dispositivi recenti supportano AV1 nativamente) e dell’infrastruttura di encoding.
La tabella seguente mette a confronto i due codec su parametri chiave per una decisione strategica.
| Caratteristica | H.265/HEVC | AV1 |
|---|---|---|
| Costi di licenza | Royalty obbligatorie (HEVC Advance, MPEG LA) | Completamente royalty-free |
| Efficienza di compressione | 50% migliore di H.264 | 20-30% migliore di H.265 |
| Supporto hardware 2024 | Universale (95%+ dispositivi) | In crescita (dispositivi post-2022) |
| Tempo di encoding | Veloce con accelerazione HW | 5-10x più lento di H.265 |
| Risparmio banda per streaming 4K | 10GB per film tipo | 7-8GB per stesso film |
Scegliere il codec giusto è il primo passo per trasformare l’IT da un mero centro di costo a un vero e proprio motore di efficienza e fatturato, riducendo le spese operative e migliorando l’esperienza utente.
Packet Loss: come nascondere gli errori di trasmissione all’utente finale (Error Concealment)?
Una volta ottimizzato il video con il codec più efficiente, arriva il momento di trasmetterlo. Qui riemerge il dilemma TCP vs. UDP. Mentre TCP si bloccherebbe per ritrasmettere un pacchetto perso, causando il temuto buffering, UDP semplicemente lo ignora, lasciando che sia l’applicazione a gestire il “buco” nel flusso video. Test su connettività tipiche italiane hanno dimostrato che UDP è fino a 3 volte più veloce per lo streaming real-time su reti FWA e FTTC. Questo conferma che UDP è la base imprescindibile. Ma come si gestisce la sua inaffidabilità? La risposta è l’Error Concealment a livello applicativo, un insieme di tecniche per “nascondere” la perdita di pacchetti all’utente.
Le due strategie principali sono Forward Error Correction (FEC) e Automatic Repeat Request (ARQ). Con FEC, il mittente invia dati ridondanti insieme ai dati originali. Se un pacchetto va perso, il ricevitore può usare i dati ridondanti per ricostruire quello mancante, senza bisogno di richiederlo. È veloce ma aumenta il consumo di banda. ARQ, invece, è un meccanismo con cui il ricevitore notifica al mittente i pacchetti persi, richiedendone una ritrasmissione selettiva. È più efficiente in termini di banda ma introduce una minima latenza. Il protocollo Secure Reliable Transport (SRT), costruito su UDP, combina magistralmente queste due tecniche in modo adattivo, diventando lo standard de facto per il broadcast professionale.
Studio di caso: Implementazione di SRT per broadcast giornalistico italiano
Le principali emittenti televisive italiane utilizzano il protocollo SRT, basato su UDP, per i collegamenti in diretta da aree remote del paese. Per le dirette da zone montane o isole minori, dove la connettività 4G/5G è spesso instabile, l’affidabilità è critica. SRT gestisce la ritrasmissione intelligente dei pacchetti persi (ARQ adattivo) e incorpora tecniche di correzione d’errore (FEC), mantenendo la latenza costantemente al di sotto dei 200ms. Questo permette di avere un flusso video stabile e di alta qualità anche in condizioni di rete non ottimali, dimostrando come un protocollo a livello applicativo possa fornire affidabilità controllata su un trasporto intrinsecamente inaffidabile come UDP.
In definitiva, il segreto non è temere la perdita di pacchetti di UDP, ma implementare strategie a livello applicativo che la rendano invisibile all’utente finale, ottenendo così la velocità di UDP con un’affidabilità su misura.
TLS 1.3:Team interno o Managed Service Provider: quale conviene per un’azienda sotto i 50 dipendenti?
Abbiamo scelto un protocollo di trasporto veloce (UDP) e un meccanismo di affidabilità controllata (SRT). Ora dobbiamo affrontare un’altra conseguenza dell’abbandono di TCP: la sicurezza. TCP include un handshake che stabilisce una connessione sicura tramite TLS. Con UDP, che è connectionless, questa protezione viene a mancare. La soluzione è Datagram Transport Layer Security (DTLS), essenzialmente una versione di TLS (la cui versione più moderna e sicura è la 1.3) adattata per i protocolli a datagrammi come UDP. Implementare DTLS è fondamentale non solo per proteggere i dati, ma anche per la conformità normativa. Come ricorda il Garante per la Privacy italiano nelle sue linee guida sulla videosorveglianza del 2023, “la violazione dei dati video contenenti informazioni biometriche può comportare sanzioni GDPR fino al 4% del fatturato annuo globale”. Ignorare la crittografia non è un’opzione.
Questo introduce una complessità significativa: gestione dei certificati, aggiornamenti di sicurezza, configurazione della Public Key Infrastructure (PKI). Per una PMI sotto i 50 dipendenti, la domanda diventa strategica: sviluppare queste competenze internamente o affidarsi a un Managed Service Provider (MSP) specializzato? Un team interno offre controllo totale, ma comporta costi elevati di formazione e il rischio di errori di configurazione che possono portare a downtime o, peggio, a falle di sicurezza. Un MSP offre competenza specialistica, SLA garantiti e costi prevedibili, a fronte di una minore personalizzazione.

La scelta dipende dal DNA dell’azienda. Un’azienda tecnologica con un forte team di sviluppo potrebbe preferire internalizzare, mentre un’azienda che usa lo streaming come strumento di business ma non come core product trarrà maggiori benefici dall’outsourcing. Il seguente confronto economico può aiutare a orientare la decisione.
| Voce di costo (annuale) | Team interno | MSP specializzato |
|---|---|---|
| Formazione personale DTLS/TLS | €15.000-25.000 | Incluso |
| Certificati e licenze PKI | €3.000-5.000 | Incluso nel canone |
| Canone servizio gestito | – | €24.000-48.000 |
| Costo downtime per errori config | €10.000-50.000 (stima) | SLA garantito 99.9% |
| Aggiornamenti sicurezza | 40 ore/anno personale | Gestito automaticamente |
La sicurezza non è un optional. La decisione se gestirla internamente o tramite un partner specializzato è una delle scelte strategiche più importanti per la sostenibilità e la resilienza del servizio offerto.
L’errore di incolpare la rete quando è il server che non ce la fa a processare i pacchetti
Immagina questo scenario: hai scelto il codec AV1, implementato SRT su UDP e securizzato tutto con DTLS. Eppure, gli utenti lamentano ancora lag. L’istinto primario è dare la colpa alla rete: “la connessione dell’utente è lenta”, “c’è congestione sul backbone di TIM”. Sebbene possibile, questo è spesso un errore di diagnostica. Un collo di bottiglia molto più comune, e spesso trascurato, è il server di streaming stesso. In particolare, la sua incapacità di processare (encodare, transcodare, pacchettizzare) i flussi video alla velocità richiesta. L’encoding video è un’operazione estremamente intensiva dal punto di vista computazionale. Affidarsi esclusivamente alla CPU per gestire più stream simultanei porta quasi inevitabilmente a un sovraccarico.
Quando il server non riesce a tenere il passo, inizia a scartare frame o a introdurre ritardi prima ancora che i pacchetti lascino il data center. Il risultato per l’utente finale è identico a un problema di rete: buffering e scatti. La soluzione moderna è delegare queste operazioni a hardware specializzato, ovvero le GPU con acceleratori di encoding dedicati come NVENC di NVIDIA. Una GPU moderna può gestire decine di stream simultanei in tempo reale, liberando la CPU per altre attività. Prima di investire in CDN più costosi o di ottimizzare ulteriormente il protocollo, è fondamentale diagnosticare correttamente la fonte del problema.
Checklist di diagnostica per il lag nello streaming
- Punti di contatto: Eseguire un `ping` verso server CDN italiani (es. cdn.aruba.it). Una latenza superiore a 50ms indica un potenziale problema di rete a monte.
- Collecte: Eseguire un `traceroute` verso la destinazione per identificare eventuali hop con alta latenza sui backbone nazionali (es. TIM, Fastweb).
- Coerenza: Monitorare la CPU del server con `htop` o Task Manager durante i picchi di carico. Un utilizzo costantemente superiore all’80% è un forte indicatore di sottodimensionamento del server.
- Memorabilità/emozione: Se si usa una GPU NVIDIA, verificare l’utilizzo del motore di encoding con `nvidia-smi`. Se l’utilizzo di NVENC è basso nonostante il lag, la configurazione software non sta sfruttando l’accelerazione hardware.
- Plan d’intégration: Testare la banda effettiva del server con `iperf3` per confrontare il throughput teorico del contratto (es. 1 Gbps) con quello reale, escludendo problemi di connettività del data center.
Studio di caso: Ottimizzazione di un server di streaming per la logistica in Lombardia
Un’azienda di logistica lombarda monitorava 10 magazzini con streaming video H.265. Nonostante una connessione in fibra FTTH da 1 Gbps, i video presentavano continui scatti (stuttering). L’analisi ha rivelato che il server, basato solo su CPU, non riusciva a gestire più di 3 stream simultaneamente. La soluzione è stata la migrazione a un server equipaggiato con una scheda NVIDIA T4 per l’encoding hardware. Il risultato è stato sorprendente: il nuovo server gestiva 10 stream 4K simultaneamente con una latenza inferiore ai 100ms, senza alcuna modifica all’infrastruttura di rete. Il ROI è stato raggiunto in soli 6 mesi, grazie a una riduzione dei downtime del sistema di monitoraggio dell’85%.
Incolpare la rete è facile, ma un vero ingegnere sa che le performance sono il risultato di un’intera catena. Ottimizzare il server è spesso la mossa più efficace e con il ROI più alto.
MQTT o WebSocket: quale protocollo leggero usare per inviare dati dai sensori al server?
Le lezioni apprese dallo streaming video in tempo reale si applicano anche a un altro dominio critico: l’Internet of Things (IoT), specialmente in ambito industriale (IIoT). Qui, non si trasmettono flussi video continui, ma raffiche di piccoli pacchetti di dati da migliaia di sensori. La latenza e l’efficienza sono ugualmente cruciali. I protocolli standard come HTTP sono troppo pesanti. La scelta si riduce spesso a due contendenti principali: MQTT e WebSocket. MQTT (Message Queuing Telemetry Transport) è un protocollo publish/subscribe estremamente leggero, progettato specificamente per l’IoT. Opera su TCP e il suo punto di forza è l’affidabilità e un modello con broker centrale che disaccoppia sensori e applicazioni. Non è un caso che, secondo il report 2024 sull’adozione del Piano Transizione 4.0, il 65% dei progetti IoT industriali italiani utilizzi MQTT. È ideale per la telemetria, dove un sensore pubblica un dato senza sapere chi lo consumerà.
WebSocket, d’altra parte, fornisce un canale di comunicazione full-duplex persistente tra un client e un server. Anch’esso parte da un handshake HTTP per poi “elevare” la connessione a un canale TCP a bassa latenza. È perfetto per applicazioni che richiedono una comunicazione bidirezionale continua, come il controllo remoto di un braccio robotico. Esiste anche un terzo incomodo, CoAP (Constrained Application Protocol), che funziona su UDP ed è progettato per i dispositivi con risorse e batterie estremamente limitate (ultra-low power). Sebbene meno comune, è imbattibile in termini di efficienza energetica.

La scelta dipende interamente dal caso d’uso: telemetria periodica (MQTT), controllo interattivo in tempo reale (WebSocket), o sensori a batteria con vincoli energetici estremi (CoAP).
| Parametro | MQTT | WebSocket | CoAP (UDP) |
|---|---|---|---|
| Overhead per messaggio | 2-4 byte | 6-14 byte | 4 byte |
| Consumo batteria (mAh/1000 msg) | 15 | 45 | 10 |
| Latenza media rete 4G italiana | 150ms | 100ms | 80ms |
| Supporto QoS nativo | Sì (3 livelli) | No | Sì (2 livelli) |
| Ideale per | Telemetria periodica | Real-time bidirezionale | Sensori ultra-low power |
La scelta del protocollo giusto nell’IoT non è solo una questione tecnica, ma una decisione strategica che impatta l’efficienza, i costi e la scalabilità dell’intera infrastruttura.
Perché inviare tutti i dati grezzi al Cloud è uno spreco di soldi e come filtrare alla fonte?
Che si tratti di streaming video 4K da un cantiere o di dati telemetrici da migliaia di sensori in una fabbrica, l’approccio tradizionale di inviare tutto al cloud per l’elaborazione sta mostrando i suoi limiti. Questo modello non solo introduce una latenza inevitabile (il tempo di andata e ritorno dei dati), ma genera anche costi di banda e di storage cloud esorbitanti. Trasmettere un singolo flusso video 4K 24/7 su una rete 5G business può costare fino a €1.200 al mese, basandosi sulle tariffe business di TIM e Vodafone. Moltiplicato per decine o centinaia di telecamere, il costo diventa insostenibile. La soluzione a questo problema è un cambio di paradigma: l’Edge Computing.
L’idea è semplice ma potente: invece di inviare dati grezzi al cloud, si sposta una parte della potenza di calcolo il più vicino possibile alla fonte dei dati, ovvero “all’edge” della rete. Un piccolo computer a basso consumo, come un NVIDIA Jetson Nano, posizionato direttamente in cantiere o in fabbrica, può analizzare i flussi video o i dati dei sensori in tempo reale. Utilizzando l’intelligenza artificiale, può distinguere tra una situazione normale e un evento rilevante (un’intrusione, un guasto, un’anomalia). Di conseguenza, solo i metadati o gli eventi importanti vengono inviati al cloud, riducendo drasticamente il traffico di rete e i costi associati. Questo approccio non solo abbatte i costi, ma migliora anche la latenza (le decisioni critiche vengono prese localmente in millisecondi) e la privacy (i dati sensibili vengono processati in loco).
Studio di caso: Edge Computing per la videosorveglianza dei cantieri a Roma
Un’importante impresa edile romana monitorava 20 cantieri con telecamere 4K, con un costo iniziale di cloud storage ed elaborazione di €24.000 al mese. La situazione era insostenibile. La soluzione è stata l’installazione di dispositivi NVIDIA Jetson Nano su ogni sito per l’analisi video locale tramite AI. I dispositivi sono stati programmati per rilevare eventi specifici come intrusioni o incidenti, inviando al cloud solo gli alert e i brevi filmati relativi. Il risultato è stato una drastica riduzione dei costi dell’85%, scesi a €3.600 al mese. Inoltre, il tempo di risposta agli allarmi è passato da 5 minuti a soli 10 secondi e la conformità al GDPR è stata migliorata, dato che la maggior parte dei dati video non lasciava mai il cantiere.
Filtrare i dati alla fonte non è più un’opzione, ma una necessità economica e prestazionale. L’Edge Computing trasforma l’infrastruttura da un costoso tubo per dati grezzi a una rete intelligente ed efficiente.
Network Slicing: come garantire banda prioritaria ai macchinari critici rispetto ai cellulari dei dipendenti?
In un ambiente industriale o aziendale complesso, non tutto il traffico di rete ha la stessa importanza. La telemetria di un macchinario critico o il controllo di un robot automatizzato richiedono una latenza bassissima e una banda garantita. Al contrario, la navigazione web sui cellulari dei dipendenti o lo streaming musicale in ufficio possono tollerare performance inferiori. Su una rete tradizionale, come il Wi-Fi, tutto il traffico compete per le stesse risorse, con il rischio che un picco di traffico non critico possa degradare le performance delle applicazioni mission-critical. Il 5G introduce una soluzione rivoluzionaria a questo problema: il Network Slicing.
Questa tecnologia permette di “affettare” virtualmente un’unica infrastruttura di rete fisica in più reti logiche indipendenti, chiamate “slice”. Ogni slice può essere configurata con caratteristiche specifiche e Service Level Agreement (SLA) garantiti: una slice a bassissima latenza (URLLC) per i robot, una slice a banda larga mobile (eMBB) per la videosorveglianza 4K, e una slice per connettere un numero massivo di sensori a basso consumo (mMTC). Come ha sottolineato Pietro Labriola, CEO di TIM, durante la presentazione del piano industriale 2024, “Il Network Slicing 5G permette di creare fino a 8 slice virtuali sulla stessa infrastruttura fisica, ognuna con SLA garantiti indipendenti”. Questo significa che un picco di traffico sulla slice dedicata agli smartphone dei dipendenti non avrà alcun impatto sulle performance della slice critica che controlla la linea di produzione.
Studio di caso: Sperimentazione di Network Slicing nel porto di Genova
Nel porto di Genova, Vodafone e l’Autorità Portuale hanno condotto una sperimentazione di successo implementando tre diverse network slice su un’unica rete 5G. Una slice critica è stata dedicata al controllo remoto delle gru, con un SLA che garantiva una latenza inferiore a 10ms. Una seconda slice IoT è stata configurata per gestire l’enorme densità di sensori sui container. Una terza slice a banda larga serviva gli uffici amministrativi. Durante i test di carico, simulando il collegamento di 1000 dispositivi consumer, la slice critica delle gru ha mantenuto la sua latenza stabile e garantita, mentre le altre degradavano come previsto. L’esperimento ha dimostrato in un contesto reale italiano la fattibilità di fornire SLA differenziati e garantiti su una singola rete fisica.
Il Network Slicing non è solo un’evoluzione tecnologica; è uno strumento strategico che permette alle aziende di allineare le performance della rete alle priorità del business, garantendo che le operazioni critiche non vengano mai compromesse.
Da ricordare
- UDP è la base, non la soluzione: La sua velocità è un prerequisito, ma deve essere potenziato con protocolli a livello applicativo come SRT o QUIC per ottenere un’affidabilità controllata senza la rigidità di TCP.
- Le performance sono un problema full-stack: La latenza non dipende solo dalla rete. La scelta del codec (es. AV1), la potenza di elaborazione del server (GPU encoding) e la sicurezza (DTLS) sono anelli altrettanto cruciali della catena.
- Il futuro è l’intelligenza all’edge: Per applicazioni su larga scala, elaborare i dati localmente (Edge Computing) e utilizzare architetture di rete dedicate (Reti Private 5G) è la strategia vincente per minimizzare latenza e costi.
Perché una rete 5G Privata (Private Network) è più sicura del Wi-Fi per la tua fabbrica automatizzata?
Per una fabbrica automatizzata, un porto logistico o qualsiasi ambiente industriale dove la connettività è linfa vitale, il Wi-Fi, anche nelle sue versioni più recenti, presenta limiti invalicabili in termini di sicurezza e affidabilità. Le reti Wi-Fi operano su bande di frequenza non licenziate (2.4 GHz e 5 GHz), notoriamente sature e soggette a interferenze da innumerevoli altri dispositivi. La sicurezza, basata su password condivise (WPA2/3), è un punto debole, vulnerabile ad attacchi e difficile da gestire su larga scala. La risposta a queste sfide è la Rete 5G Privata (o Mobile Private Network, MPN), un’architettura che offre un livello di sicurezza e controllo irraggiungibile per il Wi-Fi.
Una rete 5G privata è un’infrastruttura cellulare dedicata e isolata, implementata per l’uso esclusivo di una singola azienda. A differenza del Wi-Fi, utilizza frequenze licenziate, spesso assegnate specificamente dal MISE per uso industriale, garantendo così un ambiente privo di interferenze. La sicurezza è intrinsecamente superiore: l’autenticazione non si basa su password, ma sul meccanismo SIM-based, lo stesso delle reti mobili pubbliche. Ogni dispositivo (sensore, robot, veicolo a guida autonoma) ha una propria SIM, il cui accesso può essere gestito e revocato centralmente e istantaneamente. Questo elimina alla radice i rischi legati a password deboli, furto di credenziali o attacchi di deautenticazione. Il traffico è nativamente segregato e la crittografia end-to-end AES a 256-bit è integrata nel protocollo. Il mercato globale delle reti private è in forte crescita, con previsioni che stimano un valore di 7,7 miliardi di dollari entro il 2027.
Studio di caso: La rete 5G privata di Exor International, la prima smart factory italiana
Exor International, azienda veneta leader mondiale nell’HMI industriale, ha implementato la prima rete 5G privata end-to-end in Italia in collaborazione con TIM e Intel. L’architettura è completamente on-premise, con un “Core-in-a-Box” che garantisce che nessun dato di produzione lasci mai la fabbrica. L’autenticazione tramite SIM dedicate ha eliminato i rischi legati alle password Wi-Fi, mentre l’uso di frequenze licenziate ha garantito zero interferenze, un problema cronico nei distretti industriali. I risultati sono stati una latenza inferiore ai 5ms per il controllo dei robot, una sicurezza certificata per i dati sensibili di produzione e un ROI previsto in 18 mesi, grazie soprattutto all’incredibile flessibilità nel riconfigurare gli impianti senza dover posare un singolo cavo.
Per trasformare queste conoscenze in risultati, il prossimo passo è mappare il vostro stack tecnologico attuale e identificare il primo, più impattante, collo di bottiglia da risolvere: è il codec, il protocollo, il server o l’architettura di rete?